21 agosto 2006

DEGUSTAZIONE VINI DI MARRAMIERO - 25.07.2005

Dovrebbe arrivare per tutti, nella vita, il momento di partecipare alla prima degustazione di vini in compagnia di qualcuno più esperto e, soprattutto, dopo aver fatto tesoro della prima necessaria infarinatura per quanto riguarda “sentori, sapori e persistenze”.
Dopo un annetto da autodidatta, sforzandomi di decifrare odori e sapori nei vini bevuti, effettuando quindi quel passo decisivo che porta dal semplice “mandar giù” un buon bicchiere di vino al godere di ciò che si sta bevendo, cercando di decodificarne la struttura con le sue qualità e difetti, ho partecipato ad una verticale di vini del produttore abruzzese Marramiero e, nello specifico, di Trebbiano d’Abruzzo “Altare” e di Montepulciano d’Abruzzo “Inferi”, con chiusura dedicata al cru “Dante Marramiero 1998”, vino di punta dell’azienda (sempre Montepulciano).
Il buon Antonio Chiavaroli, enologo dell’azienda da diversi anni, ci ha relazionato circa la tipologia dei vigneti, la struttura delle cantine ed il target di clienti che la Marramiero vorrebbe raggiungere; si è scusato poi per la limitatezza delle annate a disposizione, visto che la Marramiero è stata oggetto per ben due volte, negli ultimi anni, di furti che ne hanno limitato le scorte (alcune delle bottiglie rubate sembra siano state trovate in Turchia ed in Afganistan).
Dopo questa breve chiacchierata si passa alla prima verticale: Trebbiano d’Abruzzo “Altare”, annate ’98 / ’00 / ’02. Per me, neofita del vino, è una sorpresa assaggiare dei vini che, soprattutto per quanto riguarda il ’98, sembrano più dei whisky torbati, per il sapore datogli dal lungo affinamento in piccole botti di rovere di 5 diverse qualità.
In effetti il ’98 (14%) si presenta limpidissimo, di un colore ambrato carico, molto “vinoso” e persistente al palato. Nel bicchiere forma molti archetti, a fitto decadimento, di circa 0,5 cm.. Tra i carichi aromi che sprigiona riconosco quelli di nocciola, agrumi e spezie. Assaporandolo mi sembra di cogliere anche un sapore di selvaggina (sto impazzendo?). Sul depliant dell’azienda è consigliato l’abbinamento a “pietanze a base di pesce, frutti di mare, crostacei ed altri piatti con salse delicate e formaggi freschi e leggeri”. Visto il corpo e la personalità del maturo Altare ’98 mi faccio coraggio e, un po’ alla Fracchia, obietto ad Antonio che, secondo me, è un vino troppo particolare e strutturato per pietanze così delicate, che rischierebbe di sovrastare nel sapore; ne nasce una simpatica discussione in cui ognuno propone una pietanza in abbinamento: si è tutti d’accordo, alla fine, per una sella di coniglio con funghi porcini, come abbinamento ideale.
Si passa poi all’Altare 2000 (14%), di colore dorato, limpido (ma sicuramente meno degli altri due), dai sentori più fruttati ma più asprigno, alcolico ed astringente del precedente. In fin dei conti risulta, per me, il “peggiore” dei tre o, almeno, quello che esprime minor personalità (si decide di abbinarlo ad una vitella impanata con granella di pistacchi e mandorle).
Il più giovane (2002) è anch’esso sorprendente, come il ’98, ma in maniera decisamente differente: intanto si propone, con i suoi 14,5%, limpidissimo, dal profumo quasi di vermentino ma al palato più amarognolo in un primo momento, ma con una persistenza decisamente fruttata, molto fresco, discretamente alcolico ma meno astringente del 2000. La nota erbacea del profumo è notevole. Essendo vini lungamente affinati in botti di rovere hanno una base fortemente “legnosa”, secondo me quasi da whisky dell’isola di Islay, ma, soprattutto il ’98 ed il 2002, sviluppano, dopo un paio d’ore in bicchiere, una fortissima nota vanigliata: lasciati decantare sembrano vini completamente diversi da quelli bevuti 2 ore prima. Il 2002 penso possa essere un ottimo vino tra fine 2005 e 2006 perchè unisce la freschezza di un vino giovane, ed ancora in parte immaturo, ad un insistente sapore di legno con note fresche, sia erbacee che fruttate. Ha vinto l’abbinamento con dei ravioli ricotta ed ortica con sugo di ragù leggero. Col senno di poi avrei forse iniziato dal 2000 per passare al 2002 e per chiudere al 1998. Comunque penso di poter dire di aver scoperto un Altare su cui valga la pena immolarsi....

Si passa poi alla verticale dedicata al Montepulciano d’Abruzzo “Inferi”, annate ’95 / ’97 / ’99.
Tutti e tre sono di colore rubino, tendente al granato, ma mi sembrano (malgrado siano stati stappati da almeno due ore) ancora un po’ troppo carichi di tannini e non perfettamente equilibrati (i sommelier di “Gusto” di Canale5 direbbero forse... : un vino “guerriero”, hehehe . Una delle bottiglie stappate, poi, sembra risultare un po’ inferiore ad altre due della stessa annata. Misteri del vino.
Il ’95 sviluppa, appena versato, una bella schiuma granata; è molto vischioso e si fa veramente fatica a farlo girare nel bicchiere. Il profumo che si coglie al primo momento è di liquirizia e frutti rossi, il retrogusto e corposo pieno ma anche un po’ astringente nella fase media.
Il ’97, già più scorrevole del precedente nel bicchiere, è molto più astringente: provoca una media salivazione e risulta stranamente più corposo del fratello più anziano. Il profumo che si nota mi ricorda vagamente il tartufo ed il retrogusto è abbastanza amarognolo.
Il ’99 è sicuramente più “liquido” e ricorda aromi di mora, ribes e marasca; è mediamente alcolico e produce una buona salivazione, allappando un po’ ai lati e nella parte posteriore della bocca, all’altezza dei molari. Non è persistente come i primi due e lascia la bocca un po’ “farinosa”. Mi sembra di cogliere, nel bicchiere, degli odori minerali e quasi di sudore (sono impazzito!).
Per tutti e tre i rossi (14%) gli abbinamenti ideali ci trovano concordi sulla selvaggina e su formaggi di lunga stagionatura.

Mi sono dilungato di più sui bianchi perchè la mattina dopo ho avuto la sensazione di sentirne in bocca ancora il sapore di legno, così intenso e piacevole, malgrado siano stati degustati prima dei rossi, ed in fin dei conti il Trebbiano mi ha colpito più del Montepulciano.

La serata si chiude con un assaggio del cru “Dante Marramiero 1998”, vino di punta dell’azienda, ottenuto da vigne di oltre 40 anni e da grappoli selezionati già all’invaiatura (il momento della maturazione degli acini quando questi passano dal colore verde al giallo o rossastro).
Dopo un affinamento di ben 60 mesi (18 in tini , 24 in piccole botti nuove e 18 in bottiglia, risulta di color porpora carico, con l’unghia lievemente tendente al granato. Come per l’”Inferi” del ’98 si sente il peso del vino nel bicchiere, pur risultando abbastanza liquido. Sviluppa nel bicchiere archetti di circa 1 cm. ed il sapore è alcolico, anche se non si sente troppo l’alcool all’analisi olfattiva. Ricorda odori di catrame, sangue e spezie con un finale fiorato (non so se sono impazzito veramente ma a questo punto, evidentemente, comincio a sentire il peso della serata). Il gusto in bocca è pieno ed equilibrato, con un’ottima persistenza e non allappa troppo. La sensazione iniziale e quella finale in bocca sono ottime, mentre, quando si tiene in bocca per cercare di individuarne le componenti, risulta forse un po’ troppo alcolico.
Dopo una mezz’ora nel bicchiere iniziano ad uscire fuori notevoli sentori di cuoio ed il vino risulta maggiormente equilibrato e gradevole, anche se ormai si è fatta l’una di notte ed a passi incerti si è fatta ora di tornare verso casa. Per me è stata una piacevolissima serata, fatta di nuove amicizie e sensazioni: un’esperienza da replicare senz’altro.
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