21 agosto 2006

RESOCONTO UMBROTOSCANO - Agosto 2004

Volendo ricreare il fisico e lo spirito nel verde delle colline umbrotoscane della zona compresa tra i laghi Trasimeno, di Chiusi e di Montepulciano, sono incappato… nella cucina della suocera!!!
Uno strano essere che passa la sua vita a pulire casa ed a far risplendere la cappa aspirante ed i fornelli della cucina a gas. Uno di quegli esseri dalla mente “lineare” che non perdono l’occasione di rinfacciarti la “pancetta” incipiente (evidenziata dal fatto di essere abbastanza brevilineo e di ossatura pesante però, certo, in verità ci metto anche del mio!) eccetto poi rimpinzarti di primo, secondo e contorni (TRE), più anguria e gelato, sia a pranzo che a cena, per non parlare della colazione: merendina, caffelatte e caffè finale!! La bellezza dei cieli umbri, la tranquillità della natura ed una bella passeggiata a cogliere more (per farne una gustosissima marmellata) hanno, a malapena, compensato lo "stress da suocera".

La conferma della sua natura Luciferina consiste nel fatto che, malgrado i malanni ed i 72 anni, mangia molto più di me ed è sempre filiforme… Sarà che consuma tutte le calorie in chiacchiere...
Comunque, più per un fatto di testardaggine o principio che per effettiva necessità di sopravvivenza, un paio di volte siamo riusciti a sganciarci ed a calarci nell’atmosfera medievale di Città della Pieve prima e nella soave accoglienza della tranquillissima Panicale poi, per far visita, oltre che a Masolino, al famigerato Lillo Tatini.
Per quanto riguarda Città della Pieve, finalmente libera da Arcuriane e Colombariane presenze, dopo un “moderno” aperitivo nella accogliente Piazza Matteotti, ci si immerge nel pieno della rievocazione medievale del Palio dei Terzieri di mezz’agosto: si può cenare, su tavolacci in pendenza sul terreno di cortili di palazzi trecenteschi e circondati da strani ma affascinanti (soprattutto, per quanto mi riguarda, le recitanti “Madonne” e le “gentil pulzelle” di servizio ai tavoli) figuri in calzamaglia e casacche di velluto (bel coraggio a Ferragosto). Si può quindi assaggiare, rigorosamente in stoviglie di cotto ed a prezzo, di questi tempi, quasi medievale anch’esso, quanto di meglio la tradizione del luogo offre: in 4 abbiamo divorato 3 antipasti di crostini (2 ai fegatini e 2 alla salsa di pomodoro piccante), 3 piattoni di pici al sugo di anatra, 2 tegamacci di fagioli (aimè, cannellini) con le cotiche, piccanti e gustosi al punto giusto e, ad anestetizzare il tutto, un bicchiere di buon vin santo con relativi tozzetti. Con 2 bottiglie d’acqua, un totale di 35 euro.
Per digerire si può prendere parte, tra sbandieratori e giocolieri vari, al gioco della noce (lasciata cadere, alternativamente, dall’alto di uno di due tubi “mascherati” da albero e da schiacciare al volo con un martello di gomma, per vincere da un salamino ad una cena, in base al numero di noci schiacciate (Nota: non ne ho vista schiacciare neanche una, vista la velocità con cui arrivavano alle “radici” dell’albero) o la caccia al toro, consistente nel lanciare tre freccette verso tre bersagli rotanti di polistirolo a forma di toro: in base alla “zona” colpita si accumulano dei punti e si vincono premi).
Abbiamo poi fatto visita, nella splendida e raccolta Panicale, terra di Masolino (a proposito: vogliamo illuminare un pochino di più l’interno della chiesa visto che, anche con le luci a pagamento, non si riesce a vedere che una metà scarsa dei dipinti?!?), al ristorante degustazione Lillo Tatini (foto). Dopo aver, per fortuna, prenotato in mattinata un tavolo per 2, ci siamo potuti sedere, proprio di fronte la splendida fontana ottagonale del ‘400 di piazza Umberto I° (si intravede in basso a sinistra, dalla piazza della chiesa), nella verandina del ristorante a goderci la vista, la fresca arietta e le succulente portate. Nell’ordine: un cestino (mai troppo pieno, tale è la bontà) di pane caldo (sciapo toscano, alle olive, al formaggio) su cui spalmare dell’ottimo burro, aromatizzato con alici e capperi; singolare e gradevole il modo di servire il burro nel tappo capovolto di una caraffa piena di acqua calda che ammorbidisce il burro stesso e ne esalta il sapore. Di primo: ravioli (in realtà una delicatissima crespella) con ripieno di pescato del Trasimeno in letto di zucchine e profumo di bottarga di muggine (piatto molto delicato e profumato nonché perfettamente accompagnato da un Gewurtztraminer Aristos 2003 - al bicchiere 4 euro); tortelli ripieni alla crema di parmigiano reggiano e cefalo affumicato del lago di Orbetello, con guarnizione di pomodori ciliegini ed asparagi in dadolata (questo decisamente più corposo, sia per la presenza del pesce affumicato che per il sughetto di guarnizione, ma accompagnato da un non memorabile Chianti Colli Senesi della Fattoria del Cerro - 3 euro al bicchiere -).
Di secondo: dei notevoli e profumatissimi filetti di carpa con finocchio selvatico avvolti in “rete” di maiale con quenelles di patate allo zafferano. Apparentemente ardito ma perfettamente riuscito l’accostamento pesce-maiale (saporitissima la rete).
Di dolce: Dio Pan (liberamente ispirato alle Seadas sarde): due noci di pecorino di Pienza fuso e in crosta con accompagnamento di fichi caramellati al miele di castagno (semplicemente grandioso, anche se mi sono immediatamente trasformato in Bisteccone Galeazzi) e Il Cappello del Cardinale: cialda fredda di cioccolato a coprire una mousse, fredda anch’essa, di ricotta e canditi, il tutto spolverato di zucchero a velo e colata di cioccolato fuso.
Giudizio: 2 ore di goduria totale per il palato (a parte, forse, il Chianti un pochino troppo caldo e tannico per legare soprattutto con i tortelli: sarebbe stato preferibile un Rosso di Montalcino) con vista sulla splendida e silenziosissima piazzetta medievale, cullati dalla dolce arietta di Panicale e dall’intercalare tra il toscano e l’umbro delle ragazze ai tavoli. Ci si alza sicuramente sazi e soddisfatti. Il tutto a 69,50 euro, compresi acqua e due caffè serviti in amene tazzine di cotto con coperchietto in tinta e zucchero in bustine a forma di piramide (tipo il latte in tetrapak che si trovava negli anni ’70). Non è poi molto per due ore di Paradiso e, soprattutto, ….senza suocera.
Alla prossima.
P.S.: lo spirito sicuramente l’ho ricreato… il fisico l’ho… reincarnato.

RESOCONTO CENA A "AL BISTROT", Roma - 11.10.2004

Ieri sono stato a cena a Al Bistrot, in Via delle Sette Chiese 160. Era il compleanno della mia compagna e, per festeggiarlo, volevamo un posto un po’ più intimo del solito ristorante rumoroso o “affumicato”. Il locale si presenta bene: campanello all’entrata ed accoglienza cordiale da parte di Daniela e Barbara (le due proprietarie-cameriere-sommelier); dal lato sinistro della parete/paravento che si contrappone al portoncino d’entrata (verde ramarro!) si scende nella saletta sottostante il piano stradale (soltanto 30 coperti e, comunque, non si è a stretto contatto di gomito con i vicini di tavolo, a parte forse nella parte più lontana della saletta), luce soffusa emanata da applique e candele ai tavoli, musica (Classica o Jazz esclusivamente strumentale) in leggerissimo sottofondo, sedie e tovaglie in broccato con sottopiatti con ghirigori (accompagnati da piatti che qualcuno ha a casa o già visti in locali di più basse pretese, anche se esteticamente carini) e grande specchio alla parete di fondo, con drappo a tendone in tinta con i colori della sala. L’arredamento è sobrio, con un finto camino sulla parete corta della sala, alle nostre spalle (il nostro tavolo era proprio quello della foto) e qualche piccolo orpello, come libri di cucina in due o tre lingue, a completare la caratterizzazione del locale.
Ovviamente nel corso della serata si è raggiunto il tutto esaurito, pur essendo lunedì.
Il cartoncino di presentazione del ristorante vanta specialità vegetariane, Francesi e di cucina creativa e devo dire che, in parte, ciò rispecchia il vero, soprattutto per quanto riguarda la parte vegetariana; di francese però ci sono, forse, soltanto le lumache (a proposito: sarebbe stato preferibile scrivere escargot), l’entrecote e.... il caviale (anche se non propriamente francese) sul risotto. La carta dei vini si presenta più completa del pur sufficiente menu.
Noi, avendo già festeggiato la mattina in ufficio con i cornetti e proseguito a pranzo con le figlie, iniziamo direttamente dal primo piatto, saltando un paio di proposte interessanti come antipasto: per entrambi un gradevole Risotto alla Zarina, mantecato con salmone e con una equilibrata “spolverata” di caviale (“veri” entrambi, non di supermercato o succedanei). Proseguiamo poi con due altrettanto gradevoli portate vegetariane: lei con un soufflé di asparagi e patate, delicato, gustoso e di bella presentazione, io con un ottimo tegamino con pasticcio di patate, taleggio e funghi porcini (forse all’apparenza un po’ pesantino ma veramente gradevole, soprattutto se si ha l’accortezza di attendere qualche secondo per farlo tornare a temperature umanamente sopportabili). Avremmo voluto fare un pensierino ai dolci ma l’età incombe e non ce l’abbiamo fatta, sarà per la prossima volta.
Per quanto riguarda il vino, bevendo praticamente soltanto io (lei si limita ad un bicchiere scarso), abbiamo optato per mezzo litro di vino della casa: un onesto siciliano bianco (cosa!?) (in alternativa un Rosso di Montepulciano): in effetti il vino si presenta di colore ambrato, quasi un passito, con sentori intensamente fruttati all’olfatto e di sapore secco e deciso al palato: non male, in fondo ho trovato di peggio come “vino della casa”. La prossima volta tornerò con degli amici così avrò campo libero alla lista dei vini: il fatto è che provo un dolore quasi fisico a lasciare una bottiglia di vino non terminata alla fine del pasto, niente di “economico”, non sono tirchio, ma è una forma di “rispetto” verso il vino stesso, soprattutto se di un certo livello: certo, in un locale del genere, e con simili portate, non avrei scelto un Colli Lanuvini o un Castelli Romani, ma un vino di maggior struttura, e mi sarebbe dispiaciuto lasciare la bottiglia a metà. La lista dei vini e dei superalcolici è comunque abbastanza varia ed i ricarichi, per quanto possa intendermene, mi sembrano particolarmente onesti, in linea con il target del locale che si propone di offrire, in un ambiente curato e confortevole, delle portate, anche particolari, a prezzi sorprendentemente accessibili: i primi piatti sono sugli 8 euro mentre per i secondi la richiesta media è di 9 euro per quelli vegetariani e di 11 per quelli di carne. I prezzi, infatti, sono stati una gradita sorpresa: con due primi, due veri e propri secondi vegetariani (ben diversi da semplici contorni), acqua, vino e due caffè, abbiamo pagato 46 euro e 50. Una serata gradevole, ed una esperienza sicuramente da rifare, magari senza dover necessariamente attendere un‘altra ricorrenza.
Una nota: se ci andate non abbiate fretta: i piatti sono tutti espressi e, tra una portata e l’altra, bisogna aspettare almeno una ventina di minuti; d’altronde l’ambiente concilia una bella chiacchierata e la serata scorre piacevole.

Al Bistrot – Roma Via delle Sette Chiese, 160 - Tel. 06.5128991- Sabato a pranzo e Domenica chiuso.

ANCORA PUGLIA - Giugno-Luglio 2006

Mi limito a descrivere lungamente ma sommariamente le esperienze gastronomiche della nostra vacanza Pugliese, omettendo (per brevità !?!), la descrizione delle meraviglie naturali

Artistiche ed architettoniche

della Puglia, che lascio a voi scoprire: vi bastino dei semplici nomi della fascia di Puglia visitata quest’anno:
Locorotondo,

Martina Franca,

Ostuni,

Fasano con il suo splendido Zooparco (con gli animali in libertà, la sala tropicale, quella degli uccelli, quella delle farfalle e quella degli alligatori)


Alberobello,

Castellana Grotte,

Polignano a Mare,

e poi le (purtroppo, ma sarà per la prossima volta) non visitate, Monopoli, Bisceglie, Molfetta, Trani, Lecce, Brindisi, Andria, Castel del Monte…

Iniziamo a tessere le lodi dell’ospitalità e della cucina pugliese da L’Antica Locanda, a Noci: locale caratteristico con volte a botte in tipica pietra gialla pugliese e le fresche salette, che si susseguono nel labirintico interno. Come aperitivo una ragazza ci porta del vino bianco frizzante (che poi adottiamo per il pranzo), con polpettine minuscole e deliziose fatte con carne, mollica di pane e verdure, poi le immancabili e saporitissime olive verdi e in salamoia, lupini e taralli. Proseguiamo con tre zuppette di cavatelli, cozze e cannellini, di cui una senza fagioli. Il tutto ci viene servito in caratteristici piatti in terracotta. Di secondo, essendo le mie donne già sazie (visti gli antipasti stuzzicosi ed abbondanti), prendo una tagliata all’aceto balsamico: è talmente enorme che la dividiamo poi in tre. Avremmo voluto provare almeno alcune delle loro tante proposte di carne (tra cui agnello con patate al forno, coniglio alle erbe, braciolette al sugo e trippa) ma eravamo veramente già pieni per poter andare oltre. Con due bicchieri di liquore di mandorla, due caffè e un bel piattone di pasticceria secca (biscottini di pasta di mandorle veramente ottimi), spendiamo 45 € (classici prezzi bassi pugliesi). Possiamo ben confermare, quindi, la scritta che accoglie i visitatori all’entrata del territorio di Noci “Città dell’enogastronomia”.
Da menzionare senza alcuna ombra di dubbio è anche l’Oasi del Riccio dei fratelli Cipriani, in Contrada Forcatella, sulla litoranea che unisce Torre Canne di Fasano (nostro punto d’appoggio) a Savelletri. Si tratta, dei 4 locali (“L’oasi del riccio”, “Alba chiara”, “Il principe del mare” e “Ricciolandia”), sicuramente del più rustico e “approssimativo”, in quanto si tratta semplicemente di un basamento di cemento, vicino a due costruzioni prefabbricate, coperto da una tettoia in ondulato, praticamente a picco sul mare, che dista non più di 7-8 metri dai tavoli. Si cucina esclusivamente pesce freschissimo (in effetti, forse, non ho mai mangiato, neanche a Mazara del Vallo o a Stromboli, del pesce con tale sapore). La particolarità, come si può leggere qui, è che questi punti di ristoro posti sulla litoranea tra Savelletri e Torre Canne e soprannominati “Ricciolandia”, per determinazione comunale sono stagionali, quindi attivi da giugno a settembre, e dovranno essere smantellati entro la fine del mese di Ottobre. Un paradiso temporaneo…

In questo posto ci siamo venuti due volte: sia perché merita veramente un “ritorno”, sia perché la prima volta che ci abbiamo mangiato era ancora giugno e c’era il fermo biologico per i ricci di mare che, quindi, non erano in menu. Poco male perché io ho optato, dopo le abituali olive d’apertura, per un veramente superlativo ed infinito piatto di spaghetti con le vongole e, di secondo, per un polipo arrosto (condito solamente con una leggera marinatura di olio, limone, sale e pepe). Le mie donne hanno scelto: Claudia un polipo arrosto e verdure grigliate e Michela una frittura mista, dopo una insalata di mare d’apertura. Con un vino Locorotondo bianco della casa, acqua e due caffè, il tutto praticamente a meno di dieci metri dal mare che batteva sugli scogli, per SOLI 39€ !!! La seconda volta abbiamo preso tre spaghetti ai ricci di mare (conditissimi, non con una sola minima traccia di ricci come ci era capitato ad Otranto, e con un notevole sapore di mare), 10 ricci io e Claudia (freschissimi ed a 30 centesimi l’uno!), due polipi alla brace ed una frittura mista (buona per 2 persone), sempre con acqua, vino e caffè…….61€. Un posto dove fare un abbonamento per tutta l’estate !!
Subito dopo l’Oasi del riccio c’è “Il Principe del Mare”: abbiamo provato anche questo, ovviamente J : solite olive d’apertura seguite da un discreto fritto di moscardini ed un piatto di cozze panate (ottime). Di primo due spaghetti allo scoglio, con gamberetti, cozze e calamaretti, seguiti da due fritture miste e una spigola arrosto. Il prezzo della cena è allineato a quello dell’Oasi del riccio (48 €) che è, comunque, da preferire come qualità della materia prima e cucina.
A parte gli androni dei palazzi che sono arredati come dei salotti, con sedie, poltrone e fiori, e dove la sera i condòmini si riuniscono a chiacchierare ed a prendere un po’ di fresco, un’altra simpatica caratteristica della Puglia che abbiamo potuto notare è che a chiusura della bottega, intorno alle 20, i macellai allestiscono all’esterno del negozio un forno a legna o una griglia, su cui cuociono direttamente gli spiedini di carne da loro preparati: ci si siede tutti insieme su delle panchine o ad un tavolo che viene messo sul marciapiede e si mangia in compagnia carne alla brace, accompagnata da formaggi, olive e vino: questa usanza viene definita “fornello pronto”.
Un altro paio di posti che sicuramente sono degni di essere segnalati sono a Locorotondo, splendido paese giustamente facente parte del club “I più bei borghi d’Italia”: il primo è la Bottega di Alfredo, una enoteca, con vendita anche di prodotti tipici (e da coltura biologica) della zona. Appena si entra si è colpiti dal tono di voce, dall’amore e dalla competenza con cui Alfredo Neglia parla della sua bottega e dei prodotti che vi espone, elencandone le caratteristiche e mettendoli a confronto con altri prodotti della stessa tipologia. Sono veramente notevoli e coinvolgenti la cortesia e l’amore che Alfredo mette nel proprio lavoro, ed i ricarichi sui vini (sono in vendita vini ed olii delle maggiori aziende pugliesi) sono veramente quasi nulli.
Altro posto, come da Alfredo ed all’Oasi del riccio, in cui non abbiamo potuto fare a meno di tornare, è stata la Taverna del Duca, della simpaticissima e solare Antonella, e di sua figlia studentessa, che le da una mano a servire ai tavoli se il locale tende al pieno.

Antonella in una pausa di riposo prima di sfornellare.


La cucina di Antonella, donna veramente vulcanica, solare ed estremamente dolce sotto la scorsa apparente, è una cucina legata fortemente alla tradizione. Niente menù, i piatti cambiano ogni giorno, ma sempre rigorosamente legati al luogo in cui ci troviamo: il motto del locale, che Antonella ha “recitato/imposto” ad un gruppo di veneti, i cui bambini chiedevano Coca Cola, è: “IN QUESTO LOCALE… NO COCA COLA, NO PANNA, NO BESCIAMELLA, NO SCHIFEZZE”. Da parte mia le ho anche messo paura perché la frase mi aveva colpito talmente che me la sono segnata sul mio quadernetto degli appunti gastronomici (so’ maniaco lo so!): Antonella, pensando fossi del Gambero Rosso o di una qualche guida similare, mi si avvicina, un po’ timorosa un po’ battagliera, e mi chiede “E tu che scrivi?!, non sarai mica un ispettore del Gambero Rosso o de l’Espresso pure tu? Qui ne arrivano ogni tanto e si mettono tutti a scrivere; mi fanno venire l’ansia”. La rassicuro sul fatto che mi ero semplicemente segnato la sua “frase/filosofia di vita” e si prosegue la serata come tra vecchi amici, con Antonella che viene ad illustrarti il suo menu mettendoti una mano amichevolmente sulla spalla. Altra caratteristica di Antonella è che, andando contro i suoi stessi interessi, ti consiglia caldamente di non esagerare con le ordinazioni perché le sue porzioni (soprattutto per quanto riguarda gli antipastini la sera, sono abbondanti e per lei è un vero e proprio colpo al cuore dover buttare qualcosa che il cliente ha dovuto lasciare nel piatto perché ormai sazio: preferisce rimetterci economicamente piuttosto che sprecare qualcosa cucinato con passione, bravura e semplicità. Penso che questo dica tutto (in senso positivo) del locale e di chi lo gestisce amorevolmente. In effetti Antonella non vuole conquistare il cliente con sotterfugi, abbindolandolo con chiacchiere inutili: lei ti conquista con il cuore della sua cucina semplice e antica (lo dimostra il fatto che il 90% dei suoi clienti sono del luogo e non turisti. In attesa dei piatti cucinati Antonella ci porta le immancabili olive e un piattino di caroselli, i cetrioli tipici del baresano, di forma simile ad un piccolo melone e con un sapore che è tra il cetriolo ed il melone giallo: quanti ne abbiamo mangiati in 15 giorni per rinfrescarci ! Di primo scegliamo una pasta particolare: troccoli (pasta fresca a base di farina e acqua) con fagiolini (colti direttamente nell'orto) e sugo di pomodoro tutto casalingo, con il basilico. L’abbinamento, cui mai forse avremmo pensato, pasta/fagiolini, considerati generalmente un contorno, è sorprendente e prettamente estivo. Un piatto veramente sfizioso nella sua semplicità. Per quanto riguarda i secondi piatti optiamo per sprofondare nel pieno della tradizione contadina dell’800 pugliese: per me stracotto di asina (cotto 4-5 ore) e per Claudia stinco di maiale con verdure (cotto al forno a bagnomaria per 11 ore, Antonella lo informa la sera poi chiude il locale e la mattina dopo lo sforna bello e pronto, dopo aver lasciato il forno acceso tutta la notte): i sapori sono veramente strabilianti. Riusciamo a malapena a spazzolare degli splendidi biscottini di pasta di mandorle, fatti sempre da Antonella, così come il liquore al finocchietto selvatico, per renderci conto che la cifra da pagare per tutto il ben di Dio mangiato e bevuto (il solito Locorotondo rosso doc) è di soli 38 euro. Visto, poi, che la Taverna del Duca è famosa per gli antipasti che Antonella prepara per la sera (o a pranzo su prenotazione), ci siamo dovuti tornare, con nostro grande sacrificio (pare vero). Ancora una volta abbiamo mangiato da re, malgrado la brutta avventura subita da Antonella nel pomeriggio (visto il nubifraggio che in giornata si è abbattuto in quella zona, la sua macchina, con lei alla guida, è stata trascinata fuori dalla sede stradale per diversi metri da un fiume di fango che arrivava al finestrino; per fortuna la protezione civile, già appostata a poche centinaia di metri, imbragando la macchina è riuscita a portare in salvo Antonella che, come se non bastasse, stava andando ad operarsi ad un dente; vista la notevole scarica di adrenalina subita il dentista le ha dovuto fare 5 iniezioni di anestetico; ogni essere umano, la sera, sarebbe stato a casa con 40 di febbre, Antonella invece, già alle 19 e 30 era ai fornelli, diabolica donna. E ci ha preparato non meno di 25 antipasti strepitosi, tra i quali melanzane bianche, carciofini alle erbette, involtino di stracotto d’asina, trippa o, meglio, “gnumeredde suffuchete” (dall’odore acre e pungente ma preparata in modo particolare: pezzetti di trippa, arrotolati e annodati, con laccetti di budello, e cucinati in bianco con erbe e formaggio), olive, fagiolini, l’incapriata (zuppa di fave, patate e cicoria), dei triangolini di frittata con verdure e pecorino, un timballo di patate tagliate tonde con verdure, alici marinate, peperoni, degli splendidi formaggi (ricotta freschissima, sormaggio primo sale e nodini di mozzarella) e almeno altri dieci che non sto ad elencarvi perché…. dovete provarli di persona. Per chiudere i soliti, strepitosi, biscottini di pasta di mandorle e marmellata di amarene, un bicchiere di cent’erbe (sempre della casa) e caffè. Visto che la figlia ha anche mangiato un piatto di orecchiette con sugo (ed involtino) d’asina, lasciando a noi qualche porzione più abbondante di antipasti, il conto stavolta ha raggiunto la cifra (sempre ridicola) di 61€.
E’ un piacere anche uscire da questo locale, visto che Antonella e sua figlia non ti lasciano andare via se prima non ti danno due baci di saluto ed un abbraccio, come usa tra vecchi amici.
In fondo i pugliesi sono dei… vecchi amici, simpatici e con spirito avventuroso ed umoristico.

Una regione da scoprire, sotto ogni punto di vista: storico, artistico, sociale, naturale e gastronomico.

DRAMMA DELL'OBESITA' - 11.04.2006

ATTO PRIMO

Dopo mesi di clausura in ufficio rieccoci, finalmente soli (senza figlie, gatti e… suocera), di nuovo in terra Umbra per tre giorni ritempranti.
La vacanza inizia con la solita fila sul raccordo per la costruzione della famigerata terza corsia tra l’Aurelia e la Cassia Veientana. Arrivati al casello di Fiano assistiamo ad un curioso fuoriprogramma con una Opel Corsa che, dopo aver tagliato la strada ad altre due macchine e fatto pari o dispari per decidere se entrare nel casello del Telepass o in quello dove si ritira il biglietto autostradale, opta per una bella frenata a ruote inchiodate e si schianta esattamente al centro della barriera tra i due caselli. Dopo esserci sincerati che la signora al volante non si sia fatta nulla, ma la macchina si…, proseguiamo verso la nostra vacanzetta. Arriviamo giusto in tempo per ammucchiare i bagagli in casa, accendere la caldaia, ripenderere la macchina ed arrivare a Castiglione del Lago (deserta), dove ci dirigiamo a La Cantina, un bel ristorante, che ha anche un adiacente punto vendita di prodotti tipici e bottiglie di discrete cantine dei dintorni con ricarichi in effetti ridicoli. Il ristorante occupa il piano terra di un bel palazzo del Settecento, con uno splendido giardino con vista sul lago Trasimeno. Intanto noi ci godiamo la grande sala interna del locale dalle volte a vela, il grande camino e una trovata caratteristica: in due grandi botti sono “incastonate” le porte che permettono di accedere rispettivamente alle toilette e al punto vendita.
La cucina, di carne e di pesce, propone quasi esclusivamente prodotti del circondario: Claudia opta per una bella tagliata di manzo al radicchio e pecorino (€ 18, pochi, in fin dei conti, per un bel pezzo di Chianina tenerissima e gustosamente cotta alla brace) ed io per un Menu Trasimeno, consistente in un antipasto con crostini dalle uova di carpa (gustosi e atipici), spaghettoni ai sapori del Trasimeno (anche qui carne e uova di carpa, con sapori non uccisi dal sugo di pomodoro), Carpa Regina in porchetta con spinaci saltati e, infine, bavarese al mandarino (forse con la consistenza più di una panna cotta che non di una bavarese ma dal sapore delicato e sfizioso). Con acqua, due caffè e una bottiglia di Rosso di Montepulciano del Poggio alla Sala 2004 (€ 10), un totale di € 55,00. Un ottimo inizio di vacanza con piatti gustosi, ben presentati ed un servizio in sala sempre cortese e veloce. Una cooperativa giovane sicuramente da incoraggiare e aiutare nel cammino.
Per la cena ci “limitiamo” a due belle bistecche di chianina cotte in casa, tanto nei prossimi giorni avremo di che mangiare……

ATTO SECONDO

Il secondo giorno (sole pieno) è dedicato ad un bel giro di Montepulciano. Il centro storico è aperto solo al traffico locale ma, ugualmente, sembra di stare in via del Corso a Roma. Dopo una bella scarpinata di un’oretta (non perdetevi la bella Piazza Grande, dove sono anche le rinomate e visitabili cantine Contucci, dove si possono ammirare botti gigantesche e bottiglie di vini anche del 1887) optiamo per una ritemprante sosta alla Trattoria Acquacheta. Il locale è praticamente scavato nelle viscere di un palazzo ed arredato in simil fraschetta, con travi a vista e fascine di legna appese al soffitto. Le due ragazze ai tavoli sono anche qui cortesi e veloci (una costante riscontrata durante tutta la vacanza: tutti i piatti, in ogni ristorante, sono arrivati in brevissimo tempo pur essendo tutti al giusto punto di cottura). Prendiamo, in apertura, due carciofi ripieni di pecorino e Montasio (ottimo connubio, gustosi e teneri), una frittata alle erbette e finocchietto selvatico (profumatissima) con microscopica dadolata di pomodori (nella frittata), un involtino di tacchino con ripieno di zucchine e scamorza, ed una tasca di tacchino con spinaci. Di dolce, il bello del pranzo: due cucchiaiate giganti di ricotta fresca di pecora con miele ed una mousse al mascarpone con tartufo marzolo a scaglie (per me, cui non piace il tartufo,…. Grandiosa! in quanto il sapore del tartufo è molto delicato e non potente come nei tartufi invernali). Ovviamente, trattandosi di una trattoria, un mezzo litro di Montepulciano base. Con due, necessarissimi, caffè un totale di 38 euro, mancia compresa. Un posto in cui tornare per provare altri piattini sfiziosi letti sulla carta (nel vero senso della parola, in quanto il menù viene scritto giornalmente a mano dalle due ragazze su fogli di cartapaglia gialla, come un tempo). Proseguiamo nella passeggiata fino ad una rameria, dove compriamo un po’ di regalini vari, anche per noi stessi (cinque belle formine in rame stagnato per preparare tante belle pannecotte e bavaresi). Poi si torna a casa, per prepararci alla tappa principale della nostra agognata vacanza: Lillo Tatini. Arriviamo a Panicale, dopo aver vagato come al solito per le colline umbre (ogni volta che vado a Panicale percorro una strada diversa e, regolarmente, faccio il classico “giro di Peppe”): essendo già calata la sera, Panicale è deserta e splendida, con i suoi muri rossi medievali che ti avvolgono ad ogni passo. Un paese incantevole, che mi affascina ogni volta di più. Lillo Tatini ci si presenta con le sue luci sobrie: dominando la piazzetta medievale del paese, con tanto di fontana ottagonale, non poteva essere altrimenti. Patrizia ci riconosce da dentro il locale, prima ancora di vederci entrare, e ci saluta con la mano: la sua accoglienza, d’altronde, è sempre squisita. Evito di descrivere per l’ennesima volta l’interno del locale e passo alle portate (il menu è stato cambiato proprio due giorni prima, virando dall’invernale al primaverile): dopo la solita entrata (ormai orribilmente definita “apetizer”) offerta da Patrizia (bruschettine di pane sciapo, panini alle noci ed al formaggio su cui spalmare il burro fuso con capperi ed alicetta), divorato in pochi secondi, Claudia sceglie alla carta mentre io, come mio solito, dedico la serata ad uno dei menu degustazione. Per lei una lasagnetta (in terrina di coccio) con salsa di coregone e tinca affumicata con basilico e melanzane (forse il miglior primo piatto mangiato da Lillo Tatini) e, per secondo, bocconcini di controfiletto di vitellone al lardo di Colonnata con crespelle al porro (€ 18). Io opto per il menu “Storie Umbre” composto da (“Regali dell’aia”) coppa antica con bollito misto di maiale al profumo di arancia e noce moscata con fagiolina del Trasimeno; (“Trebbiatura”) tagliatelle, fatte a mano dalla cuoca, al ragù di maialino e vitellone e, di secondo (“Quel ghiottone del fattore”) coniglio ripieno alle olive su insalatina di finocchi, tagliati sottilissimi ma veramente saporiti a contrastare il coniglio. Tutto ottimo. Ad accompagnare le portate due calici di vino: un Teresa Manara Rosso 2002, a base Negramaro, vino pieno e gradevolissimo all’olfatto ed al palato, ed un Duerosso 2004, a base Merlot e Sangiovese, de La Fattoria La Monacesca, vino forse ancora giovane e non ben svolto ma gradevole e dai tannini non troppo marcati. Con due caffè e quattro chiacchiere con Patrizia a fine cena, parlando di hobby comuni, € 75,50. Da Lillo Tatini mangerei tutti i giorni: è come essere in casa propria (per l’accoglienza e l’arredamento) nei giorni di festa (viste le portate).


Nella foto la panoramica dalla fontana della piazza principale di Panicale fino a Lillo Tatini.

ATTO TERZO

L’ultimo giorno lo dedichiamo a Città della Pieve: è sabato mattina e facciamo anche due passi tra i banchi del mercato. Il tempo è splendido ed invita a godere ancora di più la bellezza del centro storico (per fortuna non c’è neanche traccia dei “carabinieri”, visto che a Città della Pieve girano la serie televisiva di Canale5, certo che però… la Arcuri… la Canalis… la Marcuzzi…)
Ci indicano, per il pranzo, l’Antica Trattoria di Bruno Coppetta, che si incontra salendo lungo il corso principale. Il locale, composto da un unico salone, orrendo al primo impatto visivo (pareti salmone, soffitto color crema e luci soffuse azzurre, con grandi areatori per l’aria condizionata ogni due metri!!! e al piano di sopra ci sono altre due sale completamente occupate da comitive di turisti): in una “trattoria” di un paese medievale tra Umbria e Toscana ti aspetteresti travi a vista e pavimenti in cotto, invece il locale è arredato in stile ultramoderno. Il servizio è comunque degno di una trattoria di paese: estremamente cortese e superveloce, malgrado le circa 250 persone presenti nel locale. La nota positiva è che la gran parte di esse sono del luogo, segno che il locale vale la segnalazione che ci hanno fatto.
Iniziamo con due risotti ai carciofi, portatici in meno di 5 minuti ma veramente ben mantecati e con sapore equilibrato (forse leggermente passato di cottura il riso); poi due belle fette di cosciotto di maialino per Claudia e un cinghiale alla cacciatora (ma con il sugo) per me; due insalate miste ed una bottiglia di Rosso di Montepulciano 2004 della Fattoria del Cerro (senza infamia e senza lode) portano il conto a € 48 (onesto). La particolarità del locale, oltre l’esodo biblico che attraversa la porta d’accesso in continuazione, è la presenza, in vari tavoli, di molti avventori inconsapevoli sosia di personaggi più o meno famosi: Van Damme, Camilleri, il pilota di F1 Jacques Laffite, il comico pelato Sarcinelli, Bernard Blier, Sergio Endrigo, due ragazzini uguali uno al Signor Spock di Star Trek ed uno a Starsky (questo almeno era caruccio), nonché la sosia di……. mia cugina, hahaha. O forse in questi ultimi giorni ho mangiato e bevuto troppo ?!? Ah: c’era anche Leo Gullotta (quello vero) che sta recitando in questi giorni a teatro L’uomo, la bestia e la virtù, di Pirandello.
Questi tre giorni ci hanno veramente ritemprato e reincicciottato, ma siamo già proiettati verso la prossima fuga…. Sarà che ci abbiamo preso gusto!!


Ed eccomi “strammato” su una panchina del parco della Rocca (e dell’ospedale) di Castiglion del Lago.

NETTUNO, RINALDO E... DANTE ALIGHIERI - 10.06.2005

Ed eccomi di nuovo qui, con un’altra delle mie chilometriche recensioni, a parlare del grande Rinaldo, uno di quei ristoratori di una volta che considerano il loro mestiere una missione e pongono al di sopra di tutto la qualità dei prodotti utilizzati, il rispetto per il cliente e la sua soddisfazione.
Dopo un anno forzatamente sabbatico (fino al dicembre del 2004 era proprietario sia del ristorante La Torre che del ristorante Da Romolo; entrambi nelle mura del borgo vecchio di Nettuno ma, il secondo, ceduto in gestione per problemi di salute), non ce l’ha fatta più a godersi la vita in modo spensierato insieme ai suoi amici pescatori e proprietari di stabilimenti balneari: il richiamo della cucina è stato più forte, tanto finiva sempre ai fornelli anche nelle riunioni tra amici.... Ha così venduto definitivamente il suo vecchio locale Da Romolo, il nome del padre, ad un volenteroso ristoratore, (anche se ne critica un po’ l’atteggiamento: secondo lui è sbagliato delegare la gestione della sala ai camerieri, mentre un buon ristoratore dovrebbe girare tra i tavoli per cercare di capire i gusti dei propri avventori e rimediare ad ogni eventuale pecca della cucina e del servizio) e si è dedicato esclusivamente al più raffinato e ben arredato La Torre, proprio alla prima entrata nel borgo (vi si accede sia dal lungomare – Via Matteotti, 2 – che dalla stradina parallela all’interno delle mura – Via del Baluardo, 19 – telefono 06 9807356).
Usciti in anticipo dall’ufficio, approfittando dei primi raggi di sole caldo dell’anno, arriviamo a Nettuno dalla Pontina e ci accoglie, sul muro di un palazzo adiacente la piazza del mercato, in cui si può facilmente parcheggiare, un murales con immagini (veramente ben fatte) raffiguranti, ovviamente, un giocatore di baseball (sport “nazionale” di Nettuno) e la divinità della città: Bruno Conti, campione del mondo in Spagna nel 1982, dove fu soprannominato “MaraZico”. E pensare che da bimbo, proprio in quegli anni, il mio soprannome all’oratorio (non si direbbe ma anch’io ci sono stato!!!) era proprio Bruno Conti: giocando sulla fascia sinistra ed avendo i capelli lunghi come i suoi non poteva essere altrimenti
(d’altronde a neanche due mesi di vita sembravo l’Antonio Cabrini del 1978!!!)

……o forse mi chiamavano Bruno Conti perché ero bruttino???!!!! Hahahaha. Un paio d’anni fa il commesso di un supermercato si è lasciato attrarre dalla mia vaga somiglianza con il mitico Bruno e mi stava quasi chiedendo l’autografo: resosi conto della svista aggiunse: “Peccato, pure se so’ laziale sarebbe stato comunque un onore conosce’ Bruno Conti”).
Facciamo due passi nei vicoletti pedonalizzati che portano alla piazza principale di Nettuno, ormai sono le 13 e 30 passate e tutta Nettuno è in tavola.
Entriamo a La Torre: l’ambiente è sicuramente molto più accogliente rispetto al vecchio stanzone, tipo osteria di paese, di Romolo. Stonano forse un po’ le pareti spugnate, in un ambiente ricavato all’interno delle mura medievali con qualche antica trave che “affiora” dalle pareti, ma tutto l’arredamento è più sobrio ed accogliente ed i tavoli ben distanziati ed apparecchiati. Rinaldo, seduto ad un tavolo con la moglie, ci riconosce, ci viene incontro sorridente e, sommergendoci già di parole, ci accompagna al tavolo, dopo aver incassato il nostro rimprovero per averci lasciato senza la sua mitica zuppa di pesce per quasi un anno e mezzo (la prossima volta però……).
Saltiamo i pur ottimi antipastini, fatti rigorosamente in casa (mi abbufferei soltanto di questi…), e ci buttiamo su due assaggi (si… ASSAGGI... praticamente due piatti normali…), uno “rosso” ed uno “bianco”, forse per par condicio visti i tempi, che Rinaldo ci propone: gnocchi allo scoglio (con vongole freschissime e saporite e teneri polipetti) e linguine carciofi e gamberi. Il primo, per me, è un classico mentre il secondo “assaggio” è una novità, una delle tante sperimentazioni che Rinaldo ama fare per rimanere sempre “al passo” e non fossilizzarsi sulle “solite” proposte marinare. Malgrado abbia cambiato il cuoco gli gnocchi sono sempre delicati ed il sugo molto ben fatto: giusta sapidità a valorizzare il gusto delle vongole e dei polipetti; nelle linguine forse, di primo acchito, affiora un sentore di aglio un po’ troppo cotto, che però non si riscontra affatto al gusto. Piatto invitante e gustoso anche questo. Per la prossima volta Rinaldo ci promette dei paccheri, senza però anticiparci il condimento: sarà una sorpresa, sicuramente positiva.
Di secondo optiamo per la sua classica ma delicatissima frittura mista: forse leggermente farinosa nei calamari ma veramente leggera, asciutta e… abbondante. I pescetti mandavano un profumino…
Ormai sazi prendiamo due bei caffè. A questo punto Rinaldo si avvicina, come è solito fare, per l’ennesima volta al tavolo e ci propone una novità: un liquore artigianale, alternativa agli ormai superati limoncello e allorello, al finocchietto selvatico. Il profumo di finocchio è tenue ma il gusto è stupefacente, e riporta me e Claudia a ricordi dell’infanzia: mela verde, frutti dolci, banana matura (si, mi è proprio tornato in mente il sapore delle banane mature, ormai quasi scure e sfatte, dolcissime), melone. Se ne berrebbe a litri: una vera goduria per chiudere in bellezza il pasto.
Ad accompagnare il tutto una bella minerale (per fortuna qui non è ancora arrivata l’acqua demineralizzata) ed un ottimo, fresco e fruttato, Gaudium Magnum delle Cantine Della Millia di Nettuno. Una bottiglia di vino in fondo semplice, da Cacchione in purezza, nata da un vitigno autoctono che si sta però velocemente affermando (da pochissimi anni ha ottenuto anche la D.O.C.).
La cantina di Rinaldo è di discreto valore, proponendo vini che ben si adattano a sapori delicati, di mare e con qualche lampo, come il valido Podium di Garofoli.
Sarà che da Rinaldo ricevo sempre un trattamento di favore ma 56 euro per un pasto del genere mi sembrano veramente una miseria (comunque leggendo i prezzi esposti alle due entrate del locale ci si rende conto che il locale offre una ristorazione valida e cortese a prezzi più che corretti). L’unica cosa che vi raccomando è di non dare troppo spago alla chiacchiera di Rinaldo: alle 15 e 30 eravamo ancora lì a chiacchierare amabilmente con lui del periodo di forzato riposo, ormai alle spalle, e del fatto che preferisce far arrivare le cozze da Chioggia o da Bari, secondo lui le due migliori zone produttive italiane, mentre il resto del pescato è tutto della fascia che va da Anzio al Circeo. Posso ben dire che dopo più di un anno passato tristemente a cercare un posto dove mangiare degnamente il pesce…"ALFIN TORNAMMO A RIVEDER LE STELLE"