28 settembre 2006

ED ORA UN SECONDO ED UN PAIO DI DOLCI

TORTINO DI CARNE, PROVOLA E FIORI DI ZUCCA
Si mette della carne macinata (circa 3 etti) in un vassoietto di alluminio da forno (dopo averne bagnato il fondo con un po’ d’olio ed una manciata di pan grattato), poi si fa uno strato di fettine di provola (ma si possono usare, a seconda dei gusti, delle fette di mortadella, delle zucchine, dei carciofi, dei funghi, del formaggio ecc.), si ricopre con un altro strato più sottile di carne macinata (circa due etti) con una passata d’olio e si ricopre il tutto con dei fiori di zucca; poi, volendo, si aggiungono un paio di manciate di parmigiano (noi abbiamo usato un mix di parmigiano e provola, si trova nei supermercati). Si inforna per una mezz’ora a 180° e… si gusta (tener presente che il tortino tende a ritirarsi di un paio di centimetri dal bordo del vassoietto).

E questa è la versione con funghi, prosciutto e olive.

TIRAMISU’ AI FRUTTI DI BOSCO
Per i diciotto anni della nostra “bimba” ho preparato un tiramisù “anomalo” con frutti di bosco. Si prapara una base di pan di Spagna (confesso che stavolta l’abbiamo comprata in un forno) e, dopo averla tagliata in due dischi, l'ho bagnata con un misto di Liquore Strega ed il succo delle fragole che avevo tagliato e messo a macerare la sera prima con zucchero e limone; ho poi colato della crema (tenuta un po’ liquida e mescolata con panna – o mascarpone) ed uno strato di fragole; ho poi coperto con il secondo disco ed ho proceduto come sopra, aggiungendo nel mezzo alcune cucchiaiate di fragole e mirtilli e guarnito il tutto con panna e fragole brinate (per brinarle si passano le fragole in una ciotolina dove avremo sbattuto un paio di chiare d’uovo e poi nello zucchero, lasciandole poi in frigo per una nottata). NOTEVOLE !!!



PANFORTE
Lo scorso Natale mi sono specializzato nella produzione del panforte: ne ho fatti una decina ed ognuno diverso dall’altro, sperimentando vari ingredienti.
La base, comunque, è la seguente: 2,5 etti di mandorle (ma io ho usato nelle varie prove anche noci, pinoli, nocciole), 3 hg canditi (arancia, cedro, ciliegia, limone), 150 g farina, 150 g zucchero a velo (+ un paio di cucchiai da cospargere sopra a fine cottura), 150 g miele, ostie (si trovano in negozi specializzati o nelle farmacie), noce moscata, pepe.
Si mescolano insieme la frutta secca ed i canditi, tagliati a dadini di circa 1 cm., con la farina (questa operazione fa si che i canditi non creino una mappazza ma che ogni singolo pezzetto resti staccato). Si mettono sul fuoco 1 o 2 cucchiai di acqua con tutto lo zucchero a velo ed il miele e si mescola fino a che fa le bollicine. Si toglie dal fuoco e si amalgamano i due composti e le spezie, girando velocemente per circa un minuto e mettendo il tutto, ben amalgamato, in una teglia apribile (io ho usato dei vassoi da forno in cartoncino da 17 cm.), precedentemente foderata con l'ostia. Infornare per circa 30/35' a 170°. Sfornare e cospargere di zucchero a velo quanto è tiepido.


E' GIUNTO IL MOMENTO......

...di postare un po’ di ricette, altrimenti il “Cucina” nel nome del blog che ce l’ho messo a fare??? Hehehehe Iniziamo con due o tre primi piatti:

PASTA GAMBERONI E TONNO FRESCO
Quasi ogni sabato andiamo a comprare il pesce fresco alla Pescheria Ostiense (dove si trova veramente di tutto), proprio nel palazzo dove Ozpetek ha girato il film Le Fate Ignoranti.
Non ho saputo resistere ad un bel trancetto di tonno fresco da fare alla piastra bagnato soltanto con un filo d’olio. Con un altro tranchetto ed una bella “cartata” di gamberoni, aglio, olio, un pizzico d’erbetta ed un pomodoro tagliato a cubetti, giusto per dare un po’ di colore, ci siamo concessi uno bello sfizio in tempo di diete.


Spesa e sugo

Risultato 1 e...... risultato 2
Il piatto si prepara in 10 minuti (variante: solo tonno tagliato a cubetti con aggiunta di qualche oliva nera o di quelle rosse di Gaeta, dei capperi ed un paio d’alicette da far squagliare direttamente nel soffritto).
Sabato scorso, invece, abbiamo trovato delle splendide code di mazancolle già pulite e… ne abbiamo approfittato. Con la solita base di aglio (vestito), olio ed erbetta (volendo aggiungete un’alicetta al soffritto per insaporire ancora di più) ed un pomodoro proprio per dare un leggero colorino al piatto…


GNOCCHETTI COZZE E FAGIOLI
Di ritorno dalla Puglia abbiamo voluto rinverdire i fasti della vacanza cucinandoci un piatto (ottimo) che abbiamo mangiato a Noci: cavatelli con cozze e cannellini. Il procedimento è veramente semplice: si puliscono delle barbe e si fanno aprire in padella le cozze, si fa un soffritto a base di cipolla e si mettono in cottura i cannellini, aggiungendo un paio di pomodori tagliati a dadini; si aggiungono poi le cozze con il loro sughetto filtrato; infine si cucinano i cavatelli (o qualunque altra pasta, l’importante è che sia corta) e si manteca il tutto in padella per un paio di minuti.




RISOTTO FIORI DI ZUCCA, ZUCCHINE ED ASPARAGI SELVATICI
Con degli altri fiori di zucca avanzati dal tortino ho voluto preparare un gustoso risottino mettendo insieme alcune cosette che non avrei potuto utilizzare da sole (praticamente degli avanzi hehehe).


Ho tagliato a dadini una di quelle zucchine tonde di media grandezza e l’ho messa in cottura con un soffritto di scalogno, olio ed un pizzico di vino bianco (ho utilizzato una Falanghina Ra Mì di DiMajo Norante, con cui abbiamo poi pasteggiato); mentre si cuoceva il brodo vegetale ho tagliato a striscioline i fiori ed a pezzettini anche degli asparagini selvatici che avevo comprato e surgelato un mesetto fa. Ho fatto poi un altro soffritto (identico al precedente, per non mischiare troppi sapori) ed ho messo a tostare il riso, aggiungendo poi alcuni mestoli di brodo. Nel frattempo ho aggiunto gli asparagi alle zucchine e, dopo una ventina di minuti di cottura del riso ho unito tutti gli ingredienti; ho mantecato poi il tutto con un paio di noci di burro ed una spolverata di parmigiano.

19 settembre 2006

TRE GIORNI UGGIOSI E GASTRONOMICI IN UMBRIA E TOSCANA

Di ritorno da tre sospirati (ma piovosi) giorni trascorsi al confine tra Umbria e Toscana faccio una nuova recensione di qualche locale visitato, anche perché nel nostro carnet c'è una “nuova entrata” veramente meritevole, che vado subito a presentare.
Appena arrivati, e dopo aver dato una controllatina allo stato della casa e dell’orto, ci dirigiamo verso un locale che da almeno un annetto e mezzo volevamo provare: l’Osteria la Solita Zuppa a Chiusi.

L'entrata de La Solita Zuppa
Intanto una piccola digressione su Chiusi vecchia, che offre veramente tre o quattro colpi d’occhio inaspettati e caratteristici.

La Solita zuppa si distingue dagli altri locali della zona per l’arredamento (un po’ come quello di Lillo Tatini a Panicale) sobrio ma fantasioso, magari per alcune cose un po' kitch,
l'accesso curatissimo allo Toilette del ristorante, la tazzina ed il servizietto da caffè

ma con una grande attenzione ai particolari curiosi

il segnaposto in ceramica
nonché per la straordinaria accoglienza (che più che “calda” sarebbe preferibile definire “rovente”) dei gestori, Roberto e Luana, che da 23 anni si dedicano anima e corpo a questo locale come fosse sempre il primo giorno, presentando, magari aggiungendoci anche un pizzico di fantasia, piatti della tradizione contadina toscana (Chiusi è il primo paese che si incontra passando dall’Umbria alla Toscana).
In effetti il tono di voce e la cadenza di Roberto sono ammalianti, così come la verve e la passione di Luana nell’accogliere i clienti. Sentire Roberto “recitare” il menu è una via di mezzo tra il sentire un disco della Telecom (“…Trippa…: questo è un trippaio dal 1920. Qui da noi potete trovare… ecc. ecc.”, …probabilmente l’ha imparato a memoria!? infatti ripete le stesse identiche frasi decine di volte ai vari clienti senza omettere, di volta in volta, una virgola) ma con una “interpretazione” piena di passione per il proprio lavoro e le tradizioni (ad esempio ci racconta di quando, da bimbo, accompagnava il nonno in campagna e mangiava con lui cose genuine e “povere” - come materie, ma non certo povere di gusto).
Il locale è veramente arredato in modo originale, pur con la tipica volta a botte delle trattorie più classiche, ma con mille trovate che rapiscono gli occhi dell’avventore (Luana ripeterà più volte la frase-verità: “Questo locale è la nostra casa: se non ci stiamo bene noi non ci possono stare bene i nostri “amici”. Ed in effetti Luana e Roberto non usano mai la parola “clienti” ma sempre “amici”. Un’altra frase pronunciata da Luana al telefono, ad un cliente che chiedeva la disponibilità di un tavolo, chiarisce ancora meglio la loro filosofia: “Mi dispiace ma, se Dio vuole, in questo locale non sappiamo cosa voglia dire preparare la tavola due volte: noi effettuiamo un solo turno perché ci piace coccolare i nostri amici, senza fretta”).
E le portate presentate sono altrettanto particolari: come entrèe ci viene portata una ribollita estiva con zucchine, ceci, fagioli, verdure ed uvetta, il tutto su una fetta di pane ammollato (piatto freschissimo e veramente gustoso, che Roberto mangiava appunto in compagnia del nonno, a cui viene abbinato un sauvignon blanc);

La Ribollita estiva
proseguiamo con una zuppa di zucca, farro perlato e rosmarino (dolce, delicata e profumatissima) ed una di ceci e funghi (altrettanto saporosa e profumata). Di secondo optiamo per bocconcini di guancia di maiale alle spezie (cui viene abbinato un contorno di cavolo e patate al forno) ed una chianina, cotta al forno a legna, tagliata in fettine sottilissime, quasi un roastbeef, profumata con pepe, spezie ed olio di frantoio (in abbinamento ad una terrina di coccio con ceci, fagioli e farro cotti nel classico fiasco toscano). Due secondi veramente delicati e gustosi (conditi con un ottimo olio ed un pepe non troppo piccante ma profumatissimo). Di dolce un semifreddo al limoncello con miele al mandarino ed un aspic di pere con miele di cannella. Ai dolci viene abbinato un Moscato di Bava. Con due caffè, serviti in un graziosissimo servizietto in cotto smaltato e decorato (raffigurante una classica campagna toscana),
Il servizietto da caffè
acqua, un Rosso di Montalcino “Prugnolo 2003” di Boscarelli ed un whisky Laphroaig invecchiato 15 anni, spendiamo € 90,90.
Ma il bello deve ancora venire: dopo aver salutato Roberto e Luana (che effettivamente ci abbracciano e ci baciano come fossimo vecchi amici) riprendiamo l’ombrello e ci avviamo alla macchina. Fatta una trentina di metri sento la voce di Luana che ci “rincorre” sotto la pioggia: “Amici, fermatevi… la bottiglia… avete dimenticato la bottiglia!” e si, perchè del vino avevamo (soprattutto io) bevuto poco più della metà. In effetti è la prima volta che mi capita di ricevere il “droit à la bouteille” direttamente dal gestore del locale ma Luana ci dice: “Per carità, dal momento che la avete pagata è vostra. Se la lasciate sul tavolo è un peccato, per noi e per voi. Portatela a casa e terminatela con comodo”. Un altro segno della serietà e della validità della loro "politica". Inutile dire che ci siamo tornati dopo un paio di giorni: nella seconda visita abbiamo preso come entrèe una fetta di pane ammollato con sopra del tenerissimo lampredotto (la parte più compatta e magra dello stomaco bovino) condito con olio e pepe ed una fresca salsa verde (gli viene abbinato un Ceraso di una azienda vinicola delle vicinanze). Di primo una tagliatella ai peperoni gialli (cotti alla brace e spellati: in effetti il profumo che emana il piatto è proprio di camino e Claudia lo giudica leggero e gustoso), dei tagliolini allo zenzero e semi di papavero con una minima quantità di panna a crudo e di succo di limone per legare il tutto: piatto straordinario e curiosissimo. Di secondo Claudia opta per la Scottiglia: un misto di pezzi di carni bianche (maiale, agnello ecc.) cotti nel sugo di pomodoro, piatto gustosissimo, così come la mia trippa alla Fiorentina, con sugo e parmigiano: erano anni che non ne mangiavo di così buona e tenera. Di contorno optiamo di nuovo per cavolo e patate e per i legumi al fiasco. Di dolce non posso evitare di prendere la panna cotta al caffè ricoperta da uno squaglio di caramello:

da delirio papillare, con il solito abbinamento al Moscato di Bava. Con un “semplice” vino della casa (in realtà è un Rosso di Montalcino di un’azienda della zona, con un anno di botte sulle spalle, forse ancora non totalmente “svolto” ma promettente) e due caffè, spendiamo € 71,25. Un posto da raccomandare vivamente.

Gli altri due locali dove abbiamo mangiato sono, ovviamente, il nostro locale preferito: "Lillo Tatini" a Panicale (di cui mi limiterò a segnalare quanto mangiato perchè ne ho già abbondantemente parlato in precedenza) e L'Acquario a Castiglione del Lago.
Da Lillo Tatini
L'interno di Lillo Tatini (la cui atmosfera è un po' falsata dal flash)
(la cui proprietaria Patrizia, dopo un miniappartamentino da affittare a clienti e non, ha preso in gestione anche un wine bar, segnalato anche dal Gambero Rosso, per completare il percorso enogastronomico a Panicale) abbiamo preso come antipasto (dopo il classico apetizer di paninetti, preparati espressi, aromatizzati alle olive e noci, su cui spalmare del burro tiepido alle acciughe e capperi) un petto d'anatra in padella con frutti di bosco e tortino di sedani, di primo una zuppa di ceci con pane tostato e castagne per Claudia e per me dei ravioli ripieni di uova di quaglia, saltati in padella con pancetta stagionata e ricotta di Norcia (sembrano, in fin dei conti, dei "ravioli alla Carbonara" ma sono semplicemente straordinari). Di secondo un carrè d'agnello al forno ripieno di porcini, indivia, mandorle e patate mentre, per me, del germano reale all'acquavite di pere con pane al lardo. Di dolce un "Dio Pan": delle fettine di formaggio di Pienza a media stagionatura con fichi caramellati e, per Claudia, dei frutti (fico, albicocca, fragola) scavati e riempiti del relativo gelato. Con acqua, 2 caffè e due calici (uno di Contado di Di Majo Norante ed uno di Bolgheri Rosso Colle Massari) abbiamo speso 86,50.
Nell'altro ristorante testato, l'Acquario, abbiamo preso delle ottime pappardelle ai gamberi di lago e zucchine in fiore, e degli stracci al luccio e tartufo (pasta fatta in casa in entrambi i casi); i secondi erano uno spiedino di maiale con salsa alle prugne ed un coniglio con ginepro ed olive (risultava un po' secco: non mi ha convinto molto malgrado il sapore fosse buono). Di dolce una ottima bavarese al finocchietto selvatico con salsa alla menta. Con due caffè ed una bottiglia di gradevolissimo Soave di Inama, la spesa è stata di 59,60. In fin dei conti dei posti in cui tornare.

13 settembre 2006

PIAZZA NAVONA, IL SALOTTO DI ROMA

Prima di parlare di qualche altro posto meno conosciuto di Roma, facciamo una digressione su Piazza Navona, il “salotto di Roma” (anche per fare gli auguri a mio papà, oggi è il suo compleanno, che è nato in Via della Scrofa, a 50 metri da qui).
Si sviluppa sui resti dello Stadio di Domiziano (edificato a partire dall’85 d.C. ed i cui resti sono ancora parzialmente visibili nelle fondamenta e negli scantinati di alcuni edifici).

Vista aerea di Piazza Navona

Il nome attuale della piazza non è altro che una storpiatura del termine “in agone”, termine di derivazione greca, per le gare (di atletica, di pugilato o equestri), per i giochi e le feste che si svolgevano nello stadio, e non ha nulla a che vedere con le navi; in effetti la piazza ha si vagamente la forma di una nave ma, ad un’analisi più attenta, ci si rende conto che la sua forma ricalca alla perfezione quella dell’antico stadio: infatti i palazzi che ad oggi possiamo vedere sono sorti, insieme a magazzini e torri gentilizie, nel corso di più secoli, sulle fondamenta degli antichi porticati dello Stadio di Domiziano, il cui “campo di gara” era lungo 275 metri e largo 53, poteva contenere oltre 30.000 spettatori ed era costituito da gradinate disposte su 2 ordini di arcate (ancora visibili sotto gli edifici del lato curvo della piazza);

Arcate ancora visibili dello Stadio di Domiziano

gli ingressi principali erano 3: due sui lati lunghi (che ora corrispondono a Via di Sant’Agnese in Agone - che conduce verso Via della Pace e Piazza del Fico, zona conosciuta a Roma come “il triangolo delle bevute”, visto il notevole numero di locali e pub che popolano la zona – e, dalla parte opposta, alla Corsia Agonale, che sbuca quasi di fronte a Palazzo Madama, sede del Senato); il terzo ingresso era l’attuale Via di Sant’Agostino, sul lato curvo dello stadio (questa strada conduce ad una delle più importanti chiese di Roma, Sant’Agostino appunto, costruita da Giacomo di Pietrasanta tra il 1489 e il 1493 e che ospita una serie di opere di grande valore: al suo interno si possono ammirare, infatti, opere del Sansovino, Raffaello, Bernini, Caravaggio, Guercino).
La piazza è arricchita dalla presenza di tre fontane e due chiese: la Fontana del Nettuno e quella del Moro sono agli estremi della piazza mentre la berniniana Fontana dei Fiumi è in posizione centrale, proprio davanti la chiesa borrominiana di Sant’Agnese in Agone.
Le due vasche delle fontane minori sono su disegno di Giacomo della Porta: quella del Moro è poi stata completata con una statua raffigurante un Etiope in lotta con un delfino (su disegno del Bernini) su diretta richiesta di Olimpia Maidalchini, personaggio di cui parlerò più avanti.

Fontana del Moro

La Fontana del Nettuno, invece, venne completata soltanto nel 1878 quando vennero aggiunti il complesso mitologico delle "Nereidi con putti e cavalli marini", ed il secondo gruppo marmoreo "Nettuno lotta con una piovra", che riprende il tema dello scontro fisico già presente nella fontana del Moro.

Fontana del Nettuno

Nella Fontana dei Fiumi, su disegno del Bernini, si ergono le personificazioni dei quattro fiumi, realizzate dai collaboratori del maestro. I quattro fiumi, rappresentanti le quattro terre al tempo conosciute, sono: il Danubio (Europa), il Gange (Asia), il Rio della Plata (Americhe) ed il Nilo (Africa) con il volto coperto perché, al tempo, ancora non se ne conoscevano le fonti (anche se c’è chi dice che abbia il capo velato per non vedere la facciata della chiesa di Sant'Agnese in Agone, opera del “nemico” Borromini). Allo stesso modo è da notare che, vista l’accesa rivalità che intercorreva proprio tra il Bernini e il Borromini, il Rio de La Plata è rappresentato con un braccio alzato, quasi a ripararsi da un pericolo incombente, ossia l’”imminente” presunta caduta della facciata della chiesa. L’obelisco che sovrasta le figure dei fiumi, contornate anche da leoni ed altri animali, anche fantastici, proviene dal Circo di Massenzio, sull’Appia Antica, ed alla sua sommità c’è una colomba bronzea, simbolo della famiglia Pamphilj che, per "merito" di una sorta di competizione con le famiglie dei Barberini e dei Farnese, dette alla piazza il colpo d'occhio di cui ancora oggi possiamo godere. Papa Innocenzo X Pamphilj fu infatti il primo a voler risanare la piazza, che era, in epoca medievale, ridotta ad un prato incolto: infatti proprio a lui si deve la definizione di Piazza Navona come di “Un salotto, che ha da essere un godimento per li occhi e lo spirito”, un insieme armonico di palazzi, chiese e monumenti.
Una curiosità relativa la Fontana dei Fiumi è quella narrata dall’Alberti: “Chiunque faccia il giro della fontana in senso antiorario, insieme al proprio consorte, fidanzato, ganzo o amante, lo perderà entro sei ”.
In epoca medievale, e poi in seguito, lo Stadio venne in parte demolito per ricavare dal suo marmo la calce per edificare i palazzi della zona.
La Chiesa di Sant’Agnese in Agone venne edificata nel corso del 1600 a fianco della residenza dei Pamphilj per volere dello stesso papa Innocenzo X, che volle anche il suo monumento funebre all’interno della stessa. Nella cupola c’è un’apertura dalla quale il papa, direttamente dai suoi appartamenti, poteva assistere alla messa. La chiesa è dedicata a Sant’Agnese che, dodicenne, venne condannata in quanto cristiana, nel corso del terzo secolo d.C. durante le persecuzioni di Valeriano, ad essere esposta nuda in un lupanare ricavato nei portici dello stadio: per miracolo le sue nudità rimasero celate dalla capigliatura cresciutale all’istante.
Dicevo prima della amena figura di Donna Olimpia Maidalchini, precorritrice dei tempi moderni: essendo moglie del fratello del papa (sempre Innocenzo X) concedeva protezione ed incarichi papali dietro consegna di “bustarelle”. Lo stesso Bernini ottenne l’incarico di eseguire la Fontana dei Fiumi soltanto dopo averle fatto trovare un "modellino" della fontana, in argento ed alto un metro e mezzo, nelle stanze di Palazzo Pamphilj. Olimpia apprezzò il “bozzetto” e il papa concesse l’incarico. Olimpia fu diverse volte oggetto di scherno e “pasquinate” popolane, soprattutto quando, per finanziare i lavori della fontana, venne aumentato il prezzo del pane. Per tutte le sue malefatte venne soprannominata, in una di queste pasquinate: “La Pimpaccia di Piazza navona”.

La statua "parlante" di Pasquino ed una "moderna" pasquinata contro il sindaco Veltroni e la sua giunta, accusati di pensare più all'organizzazione di spettacoli culturali che non ai problemi urbanistici e sociali di Roma

Ci sono altre due caratteristiche legate a Piazza Navona: una del passato ed una legata anche ai giorni nostri. La prima è la festa, detta “del Lago”, in quanto, chiudendo le chiavichette della fontana dei Fiumi e della fontana del Moro, veniva allagata la parte meridionale della piazza (questo allagamento venne fatto tutti i sabati e le domeniche d’agosto dal 1652 al 1676). In quel “lago artificiale” si tuffavano i bambini ed i popolani accaldati e sguazzavano i cavalli delle carrozze. In alcuni tratti l’acqua era talmente alta che qualche cavallo vi annegò.

La festa del "lago" a Piazza Navona

L’altra caratteristica di Piazza Navona (ora che non vi si tiene più, ogni mercoledì, il mercato rionale - che prima ancora veniva allestito sulla piazza del Campidoglio) sono le “bancarelle dei pupazzari" (oltre a quelle oramai fisse dei pittori e dei ritrattisti): ancora oggi, dall’8 dicembre al 6 gennaio, sulla piazza vengono installati dei casotti che vendono dolciumi, articoli per presepi, regali. Questa usanza è in vigore dal 1651 ed è tutt’oggi viva, anche se con gli anni è cambiata di molto.

Bancarelle natalizie a Piazza Navona

In un suo sonetto del primo Febbraio 1833 il Belli così descriveva Piazza Navona, rendendone, in poche righe, perfettamente il carattere economico, artistico e storico e rievocando anche il tempo della Roma papalina in cui nella piazza veniva allestita la pubblica gogna:


Se pò ffregà Ppiazza-Navona mia
E dde san Pietro e dde Piazza-de-Spaggna.
Cuesta nun è una piazza, è una campaggna,
Un treàto, una fiera, un'allegria.

Va' dda la Pulinara a la Corzìa
Curri da la Corzìa a la Cuccaggna
Pe ttutto trovi robba che sse maggna,
Pe ttutto ggente che la porta via.

Cqua ce sò ttre ffuntane inarberate:
Cqua una gujja che ppare una sentenza:
Cqua se fa er lago cuanno torna istate.

Cqua ss'arza er cavalletto che ddispenza
Sul culo a cchi le vò ttrenta nerbate,
E cinque, poi, pe la bbonifiscenza.

12 settembre 2006

I MIEI ATTORI ROMANI PREFERITI

Degli attori romani ho sempre amato in particolar modo non tanto gli ultraosannati Alberto Sordi (pur strepitoso in Un americano a Roma, e in mille altri film girati dagli anni '50 ai '90),

"Albertone" nel film, di Steno, Un americano a Roma e in un "incontro-scontro" con Totò

Carlo Verdone (forse il primo dei "nuovi comici", con Troisi, Benigni ecc.),

Carlo Verdone e la "Sora" Lella Fabrizi nel film Bianco rosso e Verdone

Enrico Montesano

Qui nel film "Il conte Tacchia"

o Gigi Proietti (un vero e proprio mattatore, straordinario soprattutto a teatro),

L'esilarante nonnetto racconta favole di A me gli occhi Bis

quanto il bonario (magari solo apparentemente, visto che il suo carattere sembrava non essere proprio dei migliori) Aldo Fabrizi,

Aldo Fabrizi in una sua tipica espressione

Paolo Panelli e sua moglie Bice Valori,

Paolo Panelli e Bice Valori

e Nino Manfredi (che proprio Romano non era, essendo nato a Castro dei Volsci in provincia di Frosinone, ma che incarnava lo spirito ironico, signorile ma pungente, tipico dei romani, nel migliore dei modi, tanto da impersonare la figura di Pasquino nel film di Luigi Magni Nell'anno del Signore).


Manfredi/Pasquino e con Paolo Panelli in Canzonissima

Come dimenticare la tragica ma splendida interpretazione di Aldo Fabrizi (insieme a quella di Anna Magnani) nel ruolo di Don Pietro Pellegrini, fucilato dalle SS. nel film Roma città aperta?

Fabrizi e la Magnani in due scene di Roma città aperta, di Roberto Rossellini

In particolare, a questi due attori, si devono le morti (cinematograficamente parlando) forse più "belle" del cinema italiano (insieme alla fucilazione del soldato Alberto Sordi, prima vigliacco poi eroe, ne La grande guerra).

Sordi e Gassman ne La Grande Guerra, di Mario Monicelli

Fabrizi, con la sua aria bonaria, imbronciata, la tipica flemma capitolina, l'ironia sorniona ed il sottile cinismo, fu capace poi di rappresentare, in mille film anche estremamente divertenti (da La Famiglia Passaguai a mille altri, magari in coppia con Totò come nel mitico Guardie e ladri),

Totò e Aldo Fabrizi nel film Guardie e ladri

le difficoltà ma anche le gioie e la semplicità della vita in Italia durante e dopo la seconda guerra mondiale. Una delle sue ultime interpretazioni fu quella di Mastro Titta, nella versione teatrale della commedia musicale Rugantino, di Garinei, Giovannini e Trovajoli (che rimane una delle migliori mai rappresentate grazie anche alle due canzoni, diventate dei classici, "Roma, nun fa la stupida stasera" e "Ciumachella de Trestevere").

Aldo Fabrizi "Mastro Titta" in Rugantino

Mastro Titta (che di "secondo lavoro" fa il boia) è l'incarnazione del tipico oste romano, ma dal cuore d'oro, che attende il premio pontificio (spettante alla trecentesima capoccia mozzata) per sognare ancora la vita coniugale (la moglie e scappata di casa anni addietro lasciandolo solo con il suo figliolo - per giunta scemo - Bojetto) e, su consiglio di Rugantino (che sarà, fatalmente, proprio la trecentesima vittima di Mastro Titta... "A Ruganti'... 'na botta e vvia!"), barattare il premio con la concessione del divorzio, così da potersi risposare e ritrovare la gioia di "una donna dentro casa". Il personaggio di Mastro Titta è stato, in effetti, costruito su misura da Garinei e Giovannini per la dialettica e le movenze fisiche di Aldo Fabrizi (tanto che l'attore accettò la parte senza neanche aver letto il copione). Bellissime sono le due scene in cui, davanti a Rugantino messo alla gogna, "canta" in modo ilare la gioia di avere una donna dentro casa e poi, in cella, la notte prima del ghigliottinamento di Rugantino, incarna alla perfezione la figura tragica del boia "inconsolabile" che la mattina seguente dovrà uccidere quello che considera ormai un figlio.

E' bello ave' 'na donna dentro casa,
'na rondine 'ndifesa
c'hai preso sott'ar tetto.
Magari fa la cresta su la spesa
ma, poi, te da 'n bacetto.
E il bacio comiugale
è come 'n'anticammera amorosa
'Na donna dentro casa è 'n'antra cosa!

E' bello ave' 'na donna che sparecchi
ma lascia er bocaletto
accanto a du' bicchieri,
pe' fasse 'nsieme l'urtimo goccetto
che scaccia li pensieri.
Perchè si bbevi solo
è come si bevessi... Acqua 'cetosa
'na donna dentro casa è 'n'antra cosa!

E' bello ave' 'na donna dentr'ar letto
che quanno che se mòve
te da un calore umano.
'e si pe' caso poi 'na notte piove
la svegli piano piano,
pe' dije: "Aho..... cicicici, tztztztz
...... sta piovendo! .....Che vogliamo fare?!"
E lei te s'arrinnicchia freddolosa
'na donna dentro casa è 'n'antra cosa!

(dopo il "freddolosa" Fabrizi, durante le riprese televisive della commedia, "inserì" la frase "Era ora che piovesse", quasi come fosse una risposta della sua donna; anche Montesano-Rugantino
si mise a ridere e scrosciò l'applauso. Fabrizi era la disperazione dei suoi colleghi perchè spesso e volentieri "inseriva" delle frasi e, come con Totò,...... non restava che andare "a braccio". Manfredi racconta che: "C'era solo un picolo problema: quello che lui chiamava "modeste aggiunte". Fabrizi era un parlatore ed un improvvisatore da cui perfino Walter Chiari sarebbe potuto andare a lezione. Nei tre anni dello spettacolo fu una guerriglia continua tra lui e G&G combattuta alla romana. Una sera , dopo la recita del 25 Dicembre, a cena, Fabrizi fece trovare dentro i tovaioli dei due autori questa letterina in versi firmata da Mastro Titta:

"A Pietro e Sandro"

Ormai so' tre Natali
e Rugantino a 'sto monno e a quell'antro se fa onore;
e fijo de gente sana e sangue e còre
se vede che funzioneno a puntino.

Mastro Titta però, sarà un destino,
n' sera si e na' sera sissignore
fa perde la pazienza ar Direttore
pe' via che gioca come un regazzino.

E pure si ner carcere s'impegna
'na lagrima nun basta a riscattallo
si dopo un G s'incazza e un G s'infregna.

Puro se ognuno ha li difetti sui,
a Natale direi de perdonallo
perch'er primo a soffricce è proprio lui.

Benanche che dar pubbrico s'avverte
che invece de soffricce se diverte.


Come non ricordare poi tutte le macchiette televisive di Fabrizi: lo scolaro, lo sciatore, il tramviere, e la sua frase-tormentone: "C'avete fatto caso?!" e come dimenticare l'amore spassionato per la buona tavola, in particolar modo per la pasta? Sono memorabili i suoi libri di cucina, nei quali le sue ricette non sono semplicemente scritte ma trasposte in forma di sonetti. Ne riporto alcuni:

Er primo pasto
Quanno mi madre me stacco' dar petto
e me se presento' cor semmolino,
buttai per aria tazza e cucchiarino
creando er primo caso de "riggetto".

Ormai non me sentivo piu' pupetto,
pe' via ch'avevo messo gia' un dentino,
provo' a ridamme er latte... genuino,
ma protestai co' un minimozzichetto.

Lei fece un urlo senza intenne er dramma,
ma come la potevo contesta'
si ancora nun dicevo manco mamma?

Mi padre disse: "Soffre de nervetti".
E quieto quieto comincio' a magna'
'n'insalatiera piena de spaghetti.


Er sogno
Me pareva de sta su 'na montagna,
e urlavo in un megafono spaziale:
«Popolazione mia che campi male,
accostate qua sotto che se magna.»

Poi come fussi er Re de la Cuccagna
buttavo giù, pe' un'orgia generale,
valanghe de spaghetti cor guanciale,
ch'allagaveno tutta la campagna.

E vedevo signori e poveretti,
in uno sterminato affollamento
a pecorone sopra li spaghetti.

Quann'ecchete, dar cielo, sbuca Dio,
co' un forchettone in mano e fa:
«Un momento... Si permettete... ce sto pure io! ».


Un giorno da leone
Quanno la cinquantina è superata,
s'ammonisce la massima attenzione,
"leggero a cena, niente a colazione"
e l'ottantina è quasi assicurata.

Ma oggi che se campa a la giornata,
chi la rispetta più 'st'ammonizione?
E' mejo a vive un giorno da leone
che trent'anni da pecora affamata.

Chi conta li bocconi e le bevute
e se controlla da matina a sera,
finisce pe' fregasse la salute.

E poi je po' succede, sarvognuno,
che, nun sia mai, rischioppa n'antra guera,
arischia pure de morì a digiuno.


MEZZANELLI RIPOSATI
'Sto piatto è più sicuro che s'azzecchi.
Se fa er sughetto dentro ar tigamino,
co' l'ajo, l'ojo, un ber peperoncino,
pelati, tonno a pezzi e funghi secchi.

De sughi jotti ce ne so' parecchi,
ma questo è proprio un sugo signorino,
e in quanto a la scarpetta, 'sto piattino
è facile che ognuno se lo lecchi.

Quanno la Pasta è pronta pazientate...
siccome ch'è più bona riposata,
contate fino a cento e poi magnate.

Prima però nun ve dovete move...
come succede a me, che la contata
l'attacco sempre da novantanove.


LA DROGA
Quanno ch'er tossicomane è novizio,
sia marujana, ascìsce o cocaina,
se pò curà e guarì, ma la rovina
è quanno er male nun è più a l'inizio.

Li primi giorni, pe' carmà er supplizio
de quelli intossicati de morfina,
co' 'na puntura d'acqua e simpamina
je fanno er trucco pe' ingannaje er vizio.

C'è un trucco p'ogni specie de drogato,
presempio a un cocainomane,
je danno'na pizzicata de «bicarbonato».

Ma ar caso mio, mannaggia li pescetti,
che so' Pastasciuttomane, che fanno?
Me fanno 'n'ignizione de spaghetti?


SPAGHETTINI ALLA SCAPOLA
Tu moje, doppo er solito trasloco,
se gode co' li pupi sole e bagni,
e tu, rimasto solo, che te magni,
si nun sei bono manco a accenne er foco?

Un pasto in una bettola, a dì poco,
te costa un occhio appena che scastagni;
si te cucini invece ce guadagni
e te diverti come fusse un gioco.

Mo te consijo 'na cosetta cicia
ma bona, pepe e cacio solamente,
che cor guanciale, poi, se chiama Gricia.

E m'hai da crede, dentro a quattro mura
magnà in mutanne...senza un fiato...gnente...
se gode più de' la villeggiatura.

Così come è impossibile dimenticare i mille sketch televisivi di Paolo Panelli e Bice Valori (entrambi con una voce ed una cadenza particolarissime e divertentissime già a prescindere delle battute) o la macchietta del barista di Ceccano di Nino Manfredi "Fusse che fusse la vorta bbona" (memorabile fu poi l'incontro di Nino, romanista, con il laziale Mario Riva in una puntata del Musichiere, così come simpatica è la figura di "Piede Amaro" nel film Audace colpo dei soliti ignoti, di Nanni Loy). Ma l'interpretazione (tra le tante, in verità) che io trovo sensazionale di Nino Manfredi è quella del Mastro Geppetto, nel Pinocchio di Luigi Comencini: ancora oggi, ad oltre trent'anni dalla prima messa in onda, vengono ancora i brividi quando si vede Geppetto-Manfredi cadere in preda allo stupore-felicità di veder realizzato il suo sogno di diventare padre "del ciocco di legno divenuto bambino".


Una curiosità finale: praticamente quasi tutti gli attori che ho menzionato in questo post, hanno a che vedere con la rappresentazione teatrale di Rugantino: nella versione teatrale Fabrizi fu Mastro Titta; Manfredi e Montesano furono Rugantino; Bice Valori fu Eusebia (donna di Rugantino e poi sposa di Mastro Titta). Tanto per chiudere il cerchio...