04 novembre 2009

CARCIOFOLIAMOCI "CONTESTUALMENTE"

Partecipo volentieri al contest di GENNY, in collaborazione con LA COMPAGNIA DEL CAVATAPPI, per cogliere l'occasione di parlarvi di un alimento a me molto caro: il carciofo romanesco (anche se ancora non è stagione).
E, come romano, non poteva che essere così, visto che il carciofo è uno degli alimenti principi della cucina ebraico-romanesca: elemento principale di una coratella con i carciofi, dei carciofi al tegame (o "alla romana"), dei carciofi fritti in pastella, dei carciofi "alla giudia", ma anche di un risotto ai carciofi, di una fresca insalata primaverile, di una crema di carciofi o, addirittura, cotti alla brace...
Il carciofo (che in effetti è il fiore della pianta Cynara Cardunculus Scolymus), ed in particolare quello della varietà "romanesco",

che fa innamorare solo a guardarlo... più perfetto di una rosa, è un elemento fantastico per la cucina e la salute: ha infatti bassissimo apporto calorico ma è ricco di carboidrati, ferro, sodio, potassio, fosforo, calcio, di vitamine B1, B2, B3 e C; inoltre, grazie soprattutto alla "cinarina", è utilissimo per abbassare i livelli del colesterolo ed è un epatoprotettivo, favorisce la produzione di bile ed è un ottimo digestivo (ricordate il famoso Cynar, magari con Ernesto Calindri che lo sorseggiava perfino al centro di un incrocio congestionato da autovetture?) ed aiuta la depurazione dell'intestino oltre che ad abbassare i livelli del diabete in fase iniziale. Efficace addirittura, in tisana, contro la tosse.
Quindi cosa dire di più? E' bello da vedere (avete mai pensato a regalare un bel mazzo di carciofi piuttosto che uno di rose? No? ...fatelo!), ottimo per la salute e buonissimo in cucina (sia cotto che crudo). Infatti se ne conosce l'utilizzo gastronomico fin dagli egizi, in Europa dal I° secolo, ed è coltivato prevalentemente nell'area mediterranea, soprattutto in Italia, anche se ultimamente il Perù è risultato esserne il maggior esportatore mondiale. In Italia le maggiori zone di produzione sono nella Liguria (Spinoso), in Toscana (Violetto), in Sardegna (Spinoso e Violetto), in Sicilia e nel Lazio (Mammola o Romanesco), dove, nella campagna di Ladispoli, sul litorale romano, sono immense le piantagioni di carciofi. E proprio a Ladispoli, verso la metà del mese di aprile, da più di 60 anni viene organizzata la Sagra del Carciofo Romanesco, riproposto in diversi menù, dagli antipasti al digestivo, nei ristoranti del luogo. Il Carciofo Romanesco è anche un prodotto a denominazione I.G.P. (ne ho parlato in occasione di questo contest visto che come prodotto è inserito nella lista unica delle "Denominazioni di Origine Protette e delle Indicazioni Geografiche Protette Italiane").
Il carciofo romanesco, a differenza degli altri carciofi più "a punta", ha la caratteristica di avere il "capolino" quasi tondo: ha poco scarto di petali ed è quindi il più adatto ad essere cucinato ripieno o al tegame. La pianta produce diversi "fiori", anche una decina, contemporaneamente ma quello centrale, a Roma chiamato "cimarolo", è quello generalmente più grande e con il cuore più tenero: di conseguenza è il più pregiato ed il più costoso. Il cimarolo si usa soprattutto per le insalate a crudo, visto il suo intenso ma delicato sapore, condito soltanto con un buon olio a crudo, del limone spremuto, un pizzico di sale e qualche fogliolina di menta romana.
Una volta cotti vanno consumati preferibilmente in giornata mentre in frigorifero, se tenuti in condizioni ottimali, si possono mantenere addirittura per più di un mese.

Il periodo di produzione va, generalmente, dai primi giorni di febbraio a fine maggio ma, ora, attraverso delle "forzature" della pianta (che per questo viene rimpiantata a coltura al massimo ogni tre anni) si riescono ad ottenere dei raccolti già alla fine dell'estate, e fino quasi a Natale, almeno per alcune varietà.
Il massimo del risultato con i carciofi romaneschi si ottiene preparandoli "alla Giudia".
I carciofi alla Giudia sono un piatto tipico della tradizione gastronomica ebraico-romanesca, di facile realizzazione e di grande gusto (tra l'altro è divertente gustare, ad uno ad uno, i petali del carciofo sfogliandolo come una margherita).
Come detto la preparazione è semplicissima:
si prende un bel carciofo romanesco a persona (essendo golosi anche due :-D) e se ne monda il gambo (lasciandone solo il cuore lungo circa 8-10 centimetri) togliendo anche i primi due strati e le punte dei petali.

I carciofi con i gambi mondati (è bene tagliare anche la punta dei petali, che può risoltare dura e spinosa)

Mentre si puliscono gli altri carciofi quelli mondati si mettono a bagno in una bacinella o direttamente nel lavandino, dopo aver spremuto nell'acqua almeno un limone (per non farli annerire); magari lasciate a mollo anche i limoni spremuti. Si asciugano poi i carciofi e, afferrandoli per il gambo, si "battono" leggermente su un piano per farli aprire leggermente, così da facilitarne la cottura anche all'interno (dove si può mettere intanto un pizzico di sale). Si immergono poi, uno alla volta, nell'olio bollente (rigorosamente extra vergine di oliva, circa un litro) messo in un pentolino largo almeno 20 centimetri ed alto una trentina.

Mi raccomando: il pentolino deve essere capiente perchè il carciofo si "aprirà" con la cottura

La frittura deve durare dai 10 ai 15 minuti (a seconda della grandezza del carciofo). Quando il carciofo comincia ad indorarsi, ed ad "aprirsi" come un girasole, schizzare qualche goccia d'acqua fredda nell'olio: questo renderà ancora più croccanti i petali. Si mettono poi i carciofi a scolare su carta assorbente e si "condiscono" con un pizzico di sale e, volendo, di pepe.

BUON APPETITO e, mi raccomando,................ LECCATEVI LE DITA :-D

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31 ottobre 2009

SANTUARIO DI MONGIOVINO

Prima di concederci un ennesimo ottimo pranzetto, coccolati da Patrizia, nel nostro ristorantino preferito (Lillo Tatini, a Panicale), abbiamo trovato il tempo per fare quattro passi alla scoperta dei dintorni e, in una frazione di Tavernelle, abbiamo visitato il bellissimo Santuario di Santa Maria di Mongiovino.
La leggenda narra della pastorella Andreana che udì una voce provenire da un'edicola sacra posta all'incrocio tra due stradine di campagna, nei pressi di una fonte. La voce, della Madonna, la pregava di recarsi presso il vicino castello di Mongiovino affinchè chiedesse ai suoi abitanti di ripulire l'edicola sacra, in stato d'abbandono, dai rovi che la circondavano e di tornare a venerarla come un tempo. I castellani, però, non dettero credito alle parole della pastorella. Pochi giorni dopo la pastorella si recò ad attingere acqua alla fonte ed udì di nuovo la voce che le chiedeva di riempire con quell'acqua una brocca e di recarsi al castello portandola, come si usava un tempo nei paesi, sulla testa, solo che la brocca doveva essere trasportata capovolta. La pastorella così fece e dalla brocca, miracolosamente, non cadde a terra neanche una goccia d'acqua. I castellani, allora, persuasi dal miracolo, ripulirono l'edicola sacra ed in onore della Vergine fecero edificare questo splendido santuario immerso negli uliveti umbri.
Ora una nuova edicola sorge appena fuori del santuario mentre l'edicola miracolosa, databile al XIV° secolo, è conservata all'interno del santuario stesso.
In effetti il santuario attuale, risalente ai primi anni del '500 e sorto sui resti di un precedente e più piccolo edificio mariano, è uno di quei tipici santuari sorti in epoca medievale o postmedievale per venerare quelle immagini sacre, spesso raffiguranti la Vergine, che, per svariati motivi, potevano essere considerate miracolose ed in onore delle quali, di conseguenza, venivano eretti santuari in cui conservarle e venerarle. La paternità dell'opera si attribuisce (negli anni 1525/1526) a Rocco da Vicenza, un architetto molto attivo in Umbria in quei tempi.
La particolarità è che il santuario è a pianta quadrata ed ha due ingressi con splendidi portali ornati da colonne e sculture in pietra raffiguranti mostri o volti umani. All'interno è una cappella principale, ove è custodita l'immagine sacra e diversi dipinti, raffiguranti altri miracoli, risalenti al XV° e XVI° secolo, e cappelle minori.
Non avete il tempo di andare a visitarlo ? Intanto peggio per voi ma oggi sono buono e... vi ci porto io...

Il pozzo edificato a ricordo della pastorella Andreana
nel luogo in cui udì la voce della Vergine
Il portale posteriore del SantuarioLa torre campanariaLa facciata principale con il piazzale e la canonicaUn angolo per godersi, al fresco, la pace del luogoViaggio nel tempoL'interno del SantuarioLa cappella con l'immagine miracolosa della Vergine
E per chiudere in bellezza la mattinata, come anticipato, eccoci di nuovo nella splendida Panicale a mangiare da Lillo Tatini. Ne ho già parlato tante volte, descrivendone minuziosamente i piatti (ma stavolta un servizietto fotografico se lo merita proprio), quindi non vi dico nulla: adesso spazio solo alle foto di alcune portate... E visto che, sia da Roma che da Firenze, dista circa un'ora e mezza ...ANDATECI !!!!

La verandina del ristorante proprio "a picco" su Piazza Umberto I° e la bellissima fontana ottagonale
(appena a sinistra la Chiesa di San Michele Arcangelo, con affreschi di Masolino da Panicale, il Perugino ed una tavola del Caporali, cui è dedicato il teatro del paese)
La splendida, soprattutto in estate (ma ci abbiamo mangiato anche a novembre) verandinaEd il delizioso interno del locale, curato da Patrizia in ogni dettaglio: perfino nelle stoviglie e nelle posate (i coltelli da carne sono disegnati da lei e fatti da un artigiano toscano, così come alcune ceramiche)
I menu sono sempre improntati alla stagionalità ad a materie prime (sceltissime) del territorio: olio, carni, vini, pesci d'acqua dolce, ortaggi... tutto parla umbro da Lillo Tatini
Lo splendido preapetizer fisso: burro aromatizzato con panini alle noci, alle olive e pane toscano (ogni volta mi riprometto di assaggiarlo appena, poi... non resisto !)
I crostini toscaniUn tagliere di salumi toscani, di Cinta Senese e Patanegra (un ottimo infiltrato)
Particolarmente meritevoli, a sinistra, la focaccia con lardo di Colonnata ed il crostone con "barbozzo" di maiale all'aceto balsamico: DA URLO !!!
Umbrichelli al ragu di anatra e tris di tartare di manzo accompagnata da salsine: al peperone, ai pistacchi ed alle olive, con l'aggiunta di un ovetto di quaglia crudo su una delle tartareCoratina d'agnello in umido con "avvoltolo" di cavolfiore e pecorino
Polpina di cinghiale speziato in crosta con cipolline in agrodolce
Si, lo so: c'è proprio da vergognarsi a prendere anche il dolce... Ma alle "Palle di San Michele" (gelato alla crema con amaretti sbriciolati, da urlo) non si può proprio dire di no !E questi non sono che alcuni piatti.....
Vi rinnovo l'invito ad andarci... magari ci trovate seduti al tavolo a fianco...

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29 ottobre 2009

MARMELLATA D'UVA

Può capitare, soprattutto in questo "periodo di mezzo" che l'uva che compriate non sia proprio saporita o con la buccia tenera. Allora, piuttosto, che continuare a mandar giù l'amaro boccone, si potrebbe fare una bella marmellata di uva, cosa facilissima tra l'altro: basta dell'uva, dello zucchero ed una confezione di Fruttapec (o pectina pura, io ho usato quello perchè mi ci trovo sempre bene).
Si prende un chilo di acini d'uva, ben lavati ed asciugati, si tagliano a metà o in quarti, si tolgono i semi (la cosa più pallosa) e si mettono in pentola con mezzo chilo di zucchero (anche 400 grammi se non vorrete la marmellata troppo dolce) a fiamma media. Quando il tutto raggiunge il bollore si toglie la pentola dal fuoco, si aggiunge una bustina di "Fruttapec 1:2" e si rimette sul fuoco per 3 minuti (o 1 o 2 minuti in più, in caso la vogliate più consistente): ma con l'uva vanno bene 3 minuti e mezzo.
Si invasa poi il tutto e... inutile fare il procedimento del sottovuoto perchè tanto in 3 giorni finisce !
Sul pane casereccio è fantastica (ma la vedo benissimo anche in accompagnamento ad una bella caciotta semistagionata).

Con questa semplice marmellata (e lo faccio proprio perchè è rapida da preparare quanto buona) partecipo al contest di MARTINA e di GIALLOZAFFERANO.

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24 ottobre 2009

PASSEGGIATA A MONTICCHIELLO

In una delle ultime belle giornate di inizio ottobre (c'erano 26 gradi) ci siamo concessi tre giorni in Umbria, in fondo il nostro ultimo giorno di ferie risaliva al 4 luglio, e, dopo una splendida mattinata immersi nelle vasche e nelle sale aromatiche delle Terme Sensoriali di Chianciano (purtroppo Laura aveva impegni e non è stata dei nostri), confesso, con successiva ottima mangiata alla Locanda della Ribollita, di Chiusi, ce ne siamo andati a fare una passeggiata a Monticchiello. Il paese dista da casa nostra solo una ventina di minuti, in effetti come la maggior parte dei bellissimi paesini al confine tra l'Umbria e la Toscana.
Arrivati giusto nella "contr'ora", quell'ora di calma piatta che segue l'ora di pranzo, iniziamo a fare quattro passi nel paesino medievale deserto. Ed è forse questa l'ora migliore per visitarlo.
Gli unici "abitanti" che incontriamo sono dei mascheroni e degli stemmi sui muri...
Va bene che in genere "vanno sempre in coppia" ma in questo vicoletto anche i Carabinieri sarebbero costretti a procedere in fila indiana: strettissimooooo....
Questo chiusino fa riferimento ad una data che non ho trovato in nessuna cronologia: però ritengo faccia riferimento ad un assedio portato al borgo di Monticchiello da parte dei fiorentini durante la guerra tra Siena e Firenze.
E' un piacere continuare a passeggiare nel paesino curatissimo ma deserto... in cui faremo incontri inattesi...
Quando si dice "manco li cani".... Oddio..... uno ce n'è !! E pure patentato !!!!
In effetti l'unico segno della presenza umana è del pane messo al sole ad essiccare.
E qui facciamo un altro (per me) splendido incontro: una bellissima FIAT 1100 (risalente probabilmente ai primissimi anni dei "favolosi anni '60"). E dico splendido perchè su quella macchina ho poggiato il sederino per circa un lustro, da bambino, prima del 1974, quando mio padre comprò una Simca 1000. Le condizioni dell'auto erano perfette ed appariva in tutto il suo splendore...
Siamo in periodo di zucche e, in effetti, il paese è pieno di zucche di tutti i tipi (magari alcune messe ad essiccare in vista di Halloween)Continuate a seguirmi... vi porterò a spasso per l'Umbria e la Toscana ancora un po'...

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19 ottobre 2009

VELLUTATA "GREZZA" DI CECI NERI CON SCAMPI E GAMBERI

Un buon preapetizer gustoso che ha come base degli insoliti ceci neri, trovati da NaturaSi.

INGREDIENTI PER LA VELLUTATA (per 10 bicchierini):
250 grammi di ceci neri
1 patata grande
2 o 3 rametti di rosmarino
mezza cipolla (piccola)
1/2 bichiere di vino bianco secco
pepe
sale
olio evo

INGREDIENTI PER LA FARCIA:
10 gamberi freschi
10 scampi freschi
olio evo
pepe nero
un paio di cucchiai di vino bianco secco
bottarga di tonno in polvere


PROCEDIMENTO:
Si mettono ad ammollare i ceci per 48 ore circa, cambiando l'acqua due o tre volte almeno. Si sciacquano e si lasciano a scolare in uno scolapasta.
Si fa imbiondire, in una pentola a pressione "aperta", la mezza cipolla tagliata fine con un paio di giri d'olio evo. Si aggiungono i ceci scolati e la patata tagliata a tocchetti piccoli. Si sfuma dopo pochi secondi con il mezzo bicchiere di vino e si lascia andare la cottura fino a che tutto il vino non sia evaporato. A quel punto si aggiusta di sale e si aggiungono i 3 rametti di rosmarino fresco e l'acqua, fino a coprire di almeno 2 o 3 centimetri i ceci. Si chiude il coperchio della pentola a pressione e si lascia andare per circa 30 minuti a cottura media (circa 5 minuti dall'inizio del "fischio"). A cottura ultimata si rimettono a scolare nello scolapasta.
Nel frattempo si sgusciano e si puliscono delle interiora i gamberi e gli scampi e si fanno andare rapidissimamente (non più di mezzo minuto, girandoli una volta) in una padella in cui avremo messo un giro d'olio evo ed un paio di cucchiai di vino bianco secco. Spolverare i crostacei con un pizzico di bottarga di tonno ed un pizzico di pepe nero appena tritato. Mescolare delicatamente e lasciar freddare nel loro sughetto.
Si frullano i ceci neri ed i tocchettini di patata, dopo aver tolto i rametti di rosmarino, aggiungendo nel frullatore almeno un bicchiere (se non due) di olio extravergine d'oliva "buono" (io ho usato quello appena preso a Castiglion del Lago), in modo che aggiunga profumo e delicatezza alla vellutata: io ho preferito non fare una vera e propria vellutata ma ho lasciato dei piccoli pezzettini di cece a dare un po' di consistenza e fare da contrasto (ma devono essere quasi impalpabili).
A questo punto si preparano i bicchierini monoporzione mettendo la vellutata in un "sac à poche" e riempiendoli per circa tre quarti. Si guarniscono con uno scampo ed un gambero, alcune gocce d'olio a crudo ed una cimetta di foglie menta appena colte.

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