03 maggio 2007

IL ROSETO COMUNALE E...... ROMA


ESSENDO ORAMAI ARRIVATA LA BELLA STAGIONE E, CON ESSA, LA FIORITURA DELLE ROSE, RIPROPONGO IL MIO POST DI QUALCHE MESE FA SUL ROSETO COMUNALE..... TANTO PER INVOGLIARVI A FARE UNA BELLA PASSEGGIATA PER ROMA.




Un altro posto di Roma in cui almeno un paio di volte l’anno andiamo a passare una mezza giornata in relax è il roseto comunale, sul Colle Aventino, proprio di fronte al Circo Massimo ed alla Domus Aurea neroniana.

Visuale panoramica del Roseto comunale
Il roseto, diviso da Via di Valle Murcia in due sezioni distinte - una più a monte e più estesa, ed una a valle -, ospita più di un migliaio di specie di rose provenienti da tutto il mondo, ed è considerato a buon motivo tra i più belli del mondo, sia per la qualità dei fiori che per il colpo d’occhio panoramico che offre. La maggior curiosità è nel fatto che sorge in un’area occupata, dal 1645 e fino al 1895, dal cimitero ebraico; fino alla prima metà del XVII° secolo, infatti, la comunità ebraica romana, non potendo seppellire i propri morti in "territorio cristiano", usava per le sepolture dei terreni situati all'interno della vecchia Porta Portese, una delle due porte romane del rione Trastevere. La porta fu danneggiata dai continui assalti che la città dovette subire nel corso dei secoli, dalle piene del Tevere e dal passar del tempo e venne quindi ricostruita, ad una certa distanza dalla prima, nel 1645: di conseguenza il cimitero ebraico venne rimosso. Agli Ebrei fu quindi permesso di utilizzare un appezzamento di terra incolta sull'Aventino, proprio nel punto in cui sorgeva fin dal III° secolo a.C. il tempio consacrato alla Dea Flora, protettrice dei fiori: curiosamente lo stesso punto in cui ora sorge il roseto. A causa della forte discriminazione religiosa, questa località divenne ben presto nota come "Ortaccio degli Ebrei". Per due secoli e mezzo, fino alla fine dell'800, la comunità ebraica continuò a seppellire i propri defunti sull'Aventino. Nel frattempo, nel 1836, era stato inaugurato il cimitero monumentale di Roma, il Campo Verano, ma vi venivano ammessi solo i professanti cattolici. Successivamente fu possibile, per gli Ebrei, seppellire i propri defunti in appositi settori, dedicati alla loro religione, nei cimiteri del Verano ed in quello Acattolico, a fianco della Piramide Cestia.
La creazione del roseto comunale si deve ad una signora della Pennsylvania, la contessa Mary Gayley Senni che, appassionata di rose ne coltivava a decine in una sua proprietà a Grottaferrata. Nel 1924 donò le sue piante al Comune; ma poi, non soddisfatta della loro sistemazione in una semplice aiuola sul Pincio, otto anni dopo, vide coronare il suo sogno di veder sorgere a Roma un vero e proprio roseto comunale. L'anno seguente si tenne la prima edizione del Premio Roma, con la stessa contessa membro onorario della giuria. Nel 1934 venne creata la già nominata Via di Valle Murcia: i lavori di sbancamento comportarono la rimozione delle antiche tombe, che furono trasferite, appunto, nel settore ebraico del cimitero del Verano. Durante il periodo bellico, gli stessi campi circostanti il roseto furono convertiti in "orti di guerra". Nel 1950 il Comune adibì definitivamente l'area a giardino pubblico, ripiantando decine di varietà di rose, in quanto il roseto era rimasto seriamente danneggiato dagli eventi bellici, tanto da causarne la chiusura. Per mantenere il ricordo dell'antico cimitero dell'Aventino, i viali della sezione più ampia furono disegnati a forma di Menorah (candelabro a sette braccia), e un pilastro recante una targa a forma di Tavole della Legge fu collocato presso ciascuno dei due ingressi.

Vista aerea del roseto comunale con la caratteristica struttura a Manorah
Nella sezione più elevata ed ampia del roseto è collocata la vera e propria collezione di rose. Sono presenti varietà classiche, moderne ed ibridi e le piante sono distribuite in differenti settori, a seconda della diversa categoria di appartenenza: quelle a cespuglio, le rampicanti, le ricadenti, quelle dai fiori in miniatura, le rose inglesi. La sezione a valle è quella dove si svolge l'annuale concorso. Le varietà che prendono parte al concorso sono distribuite nei settori esterni mentre nel campo di forma ovale, invece, sono collocate solo le rose che sono risultate vincitrici in precedenti edizioni.
Le rose più curiose da ammirare sono la rosa "Monstrosa" dai petali verdi; la rosa "Omeiensis Pteracantha" dalle spine rosse e trasparenti che, vista in controluce, si accende come una lampada; la rosa che cambia colore più volte in pochi giorni; la rosa che emana un forte odore di incenso; la varietà nordamericana “Knock Out”, capace di resistere anche a 30° sotto zero. Oltre che un paradiso di colori, di profumi e di tranquillità, il roseto (poiché è distante diversi metri ed in posizione rialzata rispetto al caotico piano stradale) è ovviamente un paradiso per i fotografi in quanto vi si possono “immortalare” rose fra le più belle al mondo. Di non minor valore, come dicevo, è il colpo d’occhio “esterno” che il roseto offre, con una visuale che spazia dal Circo Massimo alla Domus Aurea e fino a Monte Mario, passando per San Pietro e le mille cupole del centro storico.

Il Campidoglio e l'Altare della Patria dal Roseto


La rosa dalle spine rosse

Consiglio per un itinerario della zona
Il roseto è, tra l'altro, un ottimo punto di partenza per una "full immersion" in uno degli angoli più tranquilli e romantici di Roma: prendendo la linea B della metropolitana si scende infatti proprio davanti il Circo Massimo (il più grande stadio di Roma: fatto costruire probabilmente da Tarquinio Prisco divenne, sotto Giulio Cesare, un vero e proprio edificio in muratura e da Augusto venne abbellito dell’obelisco che ora possiamo vedere in Piazza del Popolo. Sotto Nerone fu coinvolto nell’incendio di Roma ma poi fu restaurato e la sua capienza portata a ben 250.000 spettatori).

Il Circo Massimo e la Domus Aurea di Nerone
La passeggiata prosegue verso il Giardino degli Aranci (da cui si può ammirare uno dei panorami più vasti sul centro storico di Roma) e la Piazza dei Cavalieri di Malta (dov’è il celebre portone dal cui buco della serratura si può ammirare, in fondo ad un vialetto fiorito, la cupola della Basilica di San Pietro), passando per le chiese di Santa Sabina e Sant’Alessio.

Il "Cupolone" di San Pietro dal Giardino degli Aranci

Vista panoramica e tre "particolari" dal Giardino degli Aranci

Castel Sant'Angelo

Torre delle Milizie e, in primo piano sulla sinistra, il campanile di Santa Maria in Cosmedin (la chiesa dov'è la Bocca della Verità)

Il campanile tortile di Sant'Ivo alla Sapienza

Il celebre "buco della serratura" dei Cavalieri di Malta

Una delle due "Madonnelle" direttamente provenienti dall'antica Roma
Considerando il roseto come fulcro centrale possiamo trovare, nel raggio di meno di un chilometro, il complesso delle Terme di Caracalla lo splendido quartiere di San Saba, Piazza di Porta San Paolo (con la Piramide di Caio Cestio ed il Cimitero Acattolico) e, attraversato il Tevere, il quartiere popolare di Trastevere poi l'Isola Tiberina e, sulla destra la Sinagoga, Largo dell'Argentina, il Teatro di Marcello, il Campidoglio, Via dei Fori Imperiali ed il Colosseo: in parole povere......ROMA.


Particolari curiosi nei dintorni del roseto.

Un comignolo "mostruoso"

La fontanella del roseto con la Lupa Capitolina
E, finalmente, alcune foto delle rose

"Prigionia"

"Libertà"









"Vorrei incontrarti tra cent'anni... rosa rossa tra le mie mani...."





02 maggio 2007

DI NUOVO IN UMBRIA

E finalmente un po' di ferie (meritate ?!?)
Dovendo dare una parvenza di abitabilità a casa, e dovendo oramai cacciare le scimmie dal giardino, incolto dallo scorso anno, si torna ogni tanto anche a passeggiare lungo le rive del Trasimeno (questa è la rocca di Castiglione del Lago)
circondata da alberi dall'aspetto forse un po' tetro ma affascinante
e da una campagna bella da togliere il fiato (uno scorcio del Lago di Chiusi e del paesetto di Gioiella).
Tramonto su Montepulciano.
Un casale da sogno tra Porto e Gioiella.

Con l'occasione si va a visitare lo splendido borgo medievale di Corciano (uno dei Borghi più belli d'Italia), che da solo vale tutto il viaggio. Eccone alcuni scorci...



















C'è anche un "prete fantoccio" (senza allusioni maliziose :-D) affacciato alla finestra.

L'ascensione della Vergine, dipinto del Perugino.


Ed ora la recensione su Il Convento, il ristorante "testato" lungo le mura di Corciano (che si trova lungo la superstrada che collega il Trasimeno a Perugia): ci si mangia quasi per forza perchè all'interno del borgo non ci sono trattorie, pizzerie o ristoranti ma l'esito è pienamente soddisfacente. Si seguono le mura del borgo fino ad arrivare all'antico convento francescano (che tra un annetto sarà anche albergo di lusso, i lavori di adattamento sono in corso): si presenta con un bello spiazzo in cui sono sistemati degli ombrelloni (ma le sale interne sono altrettanto belle, anche se un po' "scure").
Io prendo un risotto al Sagrantino e tartufo (ottimo ed equilibrato nei sapori - soprattutto il tartufo non prevarica sul resto - e la cottura del riso è perfetta; la cameriera, correttamente, ci precisa che c'è da aspettare dai 15 ai 20 minuti per la preparazione) e di secondo faraona alla ghiotta (due pezzi di faraona serviti su due crostoni toscani ai fegatelli, veramente notevoli... meglio di quelli della suocera :-D); Claudia opta per degli Umbricelli (pasta acqua e farina dello spessore, a differenza dei "pici" mangiati da Lillo Tatini (di cui parlerò sotto), leggermente inferiore a quello dei bucatini) con pecorino di fossa e lardo di Colonnata (ottimo e saporitissimo piatto anche questo) e, a seguire, un filetto di maialino al lardo di Colonnata (tenerissimo e gustoso). Con acqua, due caffè e un Rubesco di Lungarotti (da 375 cl), € 60,50, ottimamente spesi.
E, tanto per rispettare le tradizioni, che non vanno mai tradite (soprattutto quelle gustose !!!), si torna da Patrizia, al ristorante Lillo Tatini, nell'altrettanto splendida Panicale (patria di Masolino, altro celebre pittore della zona).
Siamo, stranissimo caso, gli unici avventori a pranzo e quindi sia Patrizia che il marito, dopo averci fatto accomodare nella freschissima verandina, sono liberi di poter fare delle belle chiacchierate con noi durante il pranzo.
Interessante il fatto che a dicembre scorso Patrizia abbia anche aperto un Wine bar (gestito dai figli) proprio di fronte il ristorante, nella splendida piazzetta medievale (mentre hanno già da qualche mese anche un appartamentino da affittare per dei pernotti, visto che i dintorni meritano gite di ben più di una giornata).
Il pranzo inizia con il solito apetizer offerto da Patrizia: paninetti alle olive ed alle noci, roventi, appena usciti dal forno, su cui spalmare del ghiottosissimo burro alle alici e capperi (il particolare curioso è che il burro è presentato nella parte interna del coperchietto di una tazza piena di acqua calda; il vapore dell'acqua rende il burro spalmabilissimo).
Invece del secondo, questa volta, mi voglio concedere uno splendido tagliere con salumi di cinta senese (anche se il prosciutto, in realtà, è un Jamon Serrano iberico): ottima la focaccia con lardo di Colonnata e il crostone con "barbozzo" di maiale all'aceto balsamico (sicuramente la cosa più gustosa mangiata in tutta la settimana); Claudia opta per una vellutata di asparagi con una ricottina passata al forno e scaglie di formaggio di fossa. Gli antipasti sono accompagnati da un profumato Kerner e da un Franciacorta, adatto a sgrassare la bocca dal gusto deciso dei salumi. Un ottimo inizio !
A seguire Claudia prende una tartare di manzo accompagnata da 3 salsine: una al peperone, una ai pistacchi ed una alle olive, con l'aggiunta di un ovetto di quaglia crudo su una delle tartare (solo in pochi posti "fidati" si può scegliere un piatto simile e, in effetti, Patrizia fa uso di materie prime freschissime e certificate: più volte ci ha detto che la sua filosofia la porta a "rimetterci" qualcosa in termini economici ma che continuerà a rifornirsi dal suo macellaio o pescivendolo di fiducia piuttosto che da fornitori all'ingrosso).
Io mi "butto" su un piatto di Umbrichelli (o "pici" - strozzapreti, gnocchetti, strangozzi, code 'e soreca: in ogni regione questa pasta fatta con acqua e farina assume un nome diverso) conditi con un ragu di anatra veramente saporoso (la nota "orientale" era data da un leggerissimo ma veramente adatto sapore di chiodi di garofano, che davano al ragu una freschezza particolare): ottimo piatto (accompagnato da un Morellino di Scansano).
Come dolce, Claudia (mi sembra giusto vergognarsi dopo un pranzo del genere !!!)
prende "Palle di San Michele": un gelato alla crema (ovviamente preparato da Patrizia - tutte le loro portate sono preparata "in casa" ad eccezione dei fruttini ripieni di gelato) in cui all'interno è amalgamata granella di amaretti (una goduria !!); io opto (avendo già assaggiato TUTTI i dolci in carta) per una mattonella al caffè e crema di burro, accompagnata da un'aspic al caffè ! Con un'acqua minerale e due caffè, anche questi serviti nel delizioso servizio (come quello dell'apetizer) con i "coperchietti", che Patrizia fa realizzare (come i caratteristici coltelli) a degli artigiani Aretini, un totale di 81 euro. Per salutarci Patrizia ci fa assaggiare un "nuovo arrivo": una Malvasia veramente delicata e particolare, dalla quale anche lei (esperta enologa) si è lasciata conquistare e che diventerà, sicuramente, un classico del locale.

E la "tradizione" ci porta a concludere il tour enogastronomico a La Solita Zuppa, di Chiusi.

Evito di descrivere il locale e la filosofia dei suoi proprietari, Luana e Roberto (molto simile a quella di Lillo Tatini, in fondo) rimandandovi al mio precedente post. Vi descrivo solo velocemente quanto abbiamo gustato: Claudia, lasciandosi prendere da dolci ricordi (l'avevo già preso io qualche mese fa), sceglie di iniziare con lampredotto in salsa verde (abbinato ad un "Ceraso" di Panizzi) e poi una zuppa di carciofi (ottimi entrambi) mentre io prendo "solo" una vellutata di cavolo fiore al profumo d'arancia (strepitosa nel suo curioso accostamento dei sapori, decisi e delicati allo stesso tempo); di secondo Claudia sceglie una tagliata di chianina (praticamente un "tocco" di chianina cotto al camino e tagliato poi come un roastbeef) ed io dei bocconcini (che si tagliavano senza coltello!) di chianina ai carciofi ; di contorno patate al forno e cicorietta per Claudia ed una zuppa di legumi per me. Di dolce non resistiamo e Claudia sceglie un sorbetto alle arance rosse ed io una torta babà con fragole, bagnata con sciroppo di cannella: mitici (e rigorosamente fatti in casa). In abbinamento ad entrambi un "Saracco" moscato d'Asti a fermentazione naturale. Con due caffè (anche qui un servizietto personalizzato da ricordare, con raffigurato un tipico paesaggio toscano) acqua ed un Rosso di Montalcino, "solo" 72 euro per una ulteriore bella serata, coccolati da Luana e Roberto.