13 ottobre 2006

IL CONGRESSO DEGLI ARGUTI

Fin dai tempi di Orazio, Catullo, Ovidio il popolo romano è stato caratterizzato dall'ironia ma anche dalla capacità di lasciarsi scorrere addosso gli accadimenti della città: il Romano non si stupisce di nulla e, se si esalta per qualche motivo, il giorno dopo è già tutto dimenticato ed è pronto ad "affrontare" un nuovo accadimento. Però l'arguzia, lo scetticismo, ed il cinismo sono insiti nel suo animo e si rinnovano di giorno in giorno. Il Romano è, però, anche un po' codardo: getta il sasso ma nasconde la mano, e se ha da dire qualcosa a qualcuno lo fa per interposta persona o per sotterfugi magari, come nel nostro caso, affiggendo sulle statue, nottetempo, delle prose dissacranti contro il Papa o personaggi vari. Per protestare contro gli abusi, le tasse, le angherie, l'arrivismo di quello che invece doveva essere, nei secoli passati, l'esempio di moralità per antonomasia, cioè il Papa e la sua corte, ricorse appunto alle... statue, attraverso le quali esprimeva, con dissacrante cinismo ed ironia, tutto il suo disappunto. Le "statue parlanti" di Roma, sulle quali, nottetempo, venivano affissi tali scritti, erano (ed alcune lo sono tuttora) Pasquino, Madama Lucrezia, l'Abate Luigi, Marforio, il Facchino di Via Lata ed il Babuino, e sono state soprannominate "Il Congresso degli Arguti".
La più conosciuta e senz'altro Pasquino che altro non è se non il tronco malridotto di un gruppo scultoreo probabilmente raffigurante Menelao che trascina il corpo di Patroclo morente (una copia dell'originale bronzeo è anche a Firenze, nella Loggia dei Lanzi) .
La leggenda narra che tale statua sia stata rinvenuta presso Piazza Navona, in quanto in origine ornava lo Stadio di Domiziano, durante i lavori che Sisto IV° fece effettuare per la costruzione del proprio palazzo. Il busto venne sistemato all'angolo con il Palazzo Orsini, in quella che un tempo era Piazza Parione (il nome del rione) e che ora è Piazza Pasquino, nel 1501. Sisto IV°, durante il suo pontificato, dette il via ad un vero e proprio piano regolatore sventrando i precedenti edifici fatiscenti e costruendo palazzi e strade più larghe ed igieniche. Con un editto (che permetteva a tutti coloro che costruivano case nella città di diventarne poi proprietari) incentiva di fatto le costruzioni. Ovviamente di questo editto possono approfittarne soltanto i ricchi: cardinali, banchieri, famiglie nobili (Borgia, Barberini, Carafa, Sforza, Pamphjli ecc.). Per costruire tali palazzi, e risparmiare sui materiali, vengono saccheggiati reperti romani dell'antichità: statue per ornare cortili ed interni oppure lastre e blocchi di marmo per fare calce. Da qui una delle "pasquinate" più famose, che recita: "Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini", ovvero "Quello che non fecero i barbari, fecero i Barberini", che allude appunto alle spoliazioni delle parti bronzee del Pantheon fatte eseguire da Papa Urbano VIII° (Barberini) al Bernini per la realizzazione del famoso baldacchino della Basilica di San Pietro. Il nome "Pasquino" si deve probabilmente al fatto che la statua fu rinvenuta nei pressi della bottega di un barbiere (o calzolaio) di nome Pasquino. Inizialmente l'occasione per le "rimostranze" di Pasquino venne offerta dalla Festa di San Marco (il 25 Aprile) per la quale il busto, che era proprio sul percorso della processione papale, veniva abbigliato come una divinità. Quindi i popolani cominciarono a manifestare il proprio malcontento con le uniche armi a loro disposizione: componimenti satirici ed invettive, contro il Papa ed i potenti, affissi al basamento della statua. Alcuni papi cercarono di far cessare tali manifestazioni di protesta spostando questa ed altre statue (tutte poste in luoghi di grande transito, così che molte persone potessero leggere di prima mattina i componimenti prima che questi venissero tolti dalle guardie papali) oppure facendole piantonare: ovviamente non ottennero alcun risultato... anzi... Il popolo romano era ovviamente per la quasi totalità analfabeta quindi i "vari" Pasquino che nel corso dei secoli si sono succeduti debbono essere stati per forza di cose letterati, studenti e, magari, addirittura appartenenti a famiglie nobili in contrasto con quella del Papa al momento in carica. Nella maggior parte dei casi nei componimenti venivano riportate delle espressioni che si potevano udire nelle strade, nelle osterie, nei mercati.
Alcune "Pasquinate" celebri:
"Ecce qui tollit peccata mundi - Ecco quello che toglie i peccati del mondo", riferita alla morte di Clemente VII°, probabilmente dovuta alla scarsa competenza del suo medico;
"Per chi vuol qualche grazia dal sovrano, aspra e lunga è la via del Vaticano. Ma se è persona accorta corre da Donna Olimpia a mani piene e ciò che vuole ottiene. E' la strada più larga e la più corta", una delle tante satire rivolte contro Olimpia Maidalchini (la Pimpaccia), cognata e consigliera (e forse anche amante) di Papa Innocenzo X°. Altre tre contro la Pimpaccia: "Olim-pia, nunc impia - un gioco di parole in latino che vuol significare: OLIM = una volta, PIA = religiosa, NUNC = ora, IMPIA = piena di peccati (da qui il soprannome che le venne dato)" e "Fu un maschio vestito da donna per la città di Roma e una donna vestita da maschio per la Chiesa Romana" e, infine, "Fin qui arrivò Fiume", alludendo al fatto che al tempo era usanza indicare le piene del Tevere con una lapide affissa ai muri dei palazzi segnalando il livello raggiunto dalla piena con una mano dall'indice puntato; alla statua di Pasquino venne trovato un giorno affisso un disegno raffigurante una donna nuda (somigliante ovviamente alla Pimpaccia) ed una mano con l'indice puntato sul basso ventre della donna e la scritta in questione, alludendo però al fatto che Donna Olimpia aveva un maestro di camera di nome Fiume.
Anche in tempi recenti Pasquino ha continuato a parlare, per esempio in occasione della visita a Roma di Adolf Hitler, quando vennero installati dei pannelli di cartone per nascondere alla sua vista le miserie della periferia romana: "Povera Roma mia de travertino, t'hanno tutta vestita de cartone, pe' fatte rimira' da 'n'imbianchino" o in occasione della visita di Gorbaciov, per la quale Roma rimase "paralizzata", a causa delle misure di sicurezza, per due giorni: "La Perestroika nun se magna, da du ggiorni ce manna a pedagna (a piedi), sarebbe er caso de smamma' (andarsere) ce cominceno a gira' (ci stiamo stufando)".
Spesso Pasquino "dialogava" con altre statue, in particolare Marforio: tra di loro c'erano dei veri e propri dialoghi, come quello contro Napoleone Bonaparte, accusato di portare in Francia opere trafugate durante le sue campagne belliche: Marforio a Pasquino:"E' vero che i Francesi so' tutti ladri?", risposta di Pasquino: "Tutti no, ma Bonaparte!"
Una "Pasquinata" recente contro il Sindaco di Roma Veltroni
Marforio è una statua raffigurante Oceano (ma c'è chi la identifica con la rappresentazione pagana del Tevere) che è ora posta nel cortile dei Musei Capitolini (dal XVI° secolo) e prima posta davanti il Carcere Mamertino, nel Foro Romano.
Altre statue "parlanti" di minor importanza sono: il "Facchino", una fontanella raffigurante un "acquarolo" con una botticella tra le mani (gli acquaroli erano quelle persone che, fino ai primi anni del '900, raccoglievano acqua dalle fontane pubbliche e la andavano a rivendere porta a porta). La statua, dal viso oramai quasi del tutto perduto, è stata da alcuni attribuita a Michelangelo, vista la sua pregevole fattura. In origine era murata sulla facciata principale di Palazzo De Carolis, lungo Via del Corso, e nel 1874 è stata spostata in Via Lata, su uno dei lati del palazzo;
Madama Lucrezia, addossata al muro in un angolo di Palazzetto Venezia, appunto tra Piazza Venezia e Piazza San Marco, proprio di fronte all'Altare della Patria (è un busto marmoreo di 3 metri d'altezza che raffigurava probabilmente una sacerdotessa dedita al culto di Iside o, forse, la dea stessa; il soprannome le deriva da una nobile del XV° secolo innamoratasi del re di Napoli e venuta a Roma per cercare di ottenere dal Papa la concessione del divorzio per il sovrano, il tentativò fallì e, alla morte del re, si ritirò a vivere appunto presso la piazza dove ora sorge la statua);
l'Abate Luigi, sul muro sinistro della Chiesa di Sant'Andrea della Valle, raffigura un uomo con una toga senatoriale ma il suo nome è probabilmente ispirato al sacrestano della vicina Chiesa del Sudario che, si dice, molto somigliante al manufatto)
e, per finire, il Babuino, una figura di satiro posta ad ornamento della fontana che sorge davanti la Chiesa di Sant'Attanasio dei Greci, appunto in Via del Babuino. Il nome gli deriva dalla faccia ghignante e oramai corrosa dal tempo che la rendono simile ad una scimmia.

10 ottobre 2006

UNA GIORNATA...... DELL'ALTRO SECOLO

E si: basta poco per viaggiare nel tempo!
A me è bastato, come decine di altre volte in passato, partecipare alla vendemmia di amici vicino Roma: erano tre anni che non andavo a vendemmiare con loro per vari motivi... lo scorso anno la polmonite che mi aveva raso al suolo, nei due anni precedenti un tempo infame che ci aveva consigliato di rimanere a Roma...

A dire il vero anche quest'anno di uva ce n'era pochina pochina, per colpa soprattutto di un paio di grandinate (l'ultima proprio una decina di giorni fa, con chicchi che mi hanno detto essere stati grandi come nocciole), per cui a mezzogiorno avevamo già finito di staccare i grappoli dalle viti ed abbiamo avuto un po' di tempo per chiacchierare e per ......cucinare tante cosine buoninebuonissime!!!!! :-)

SSSSSSSHHHHHHHHH !!!!!!!!!!!!!! Non ditelo a nessuno ma la vendemmia è soltanto una squallida scusa che da anni adottiamo per gustarci due o tre piattoni delle splendide fettuccine fatte in casa da Delfina... :-)

Un po' di foto va... tanto per farvi rosicare... hehehehe

La scusa per gustare le fettuccine...

Comunque la giornata è stata splendida

Le botti della cantina, piene dopo la prima spremitura

Ora viene il bello: si da fuoco alle fascine di vite per la grigliata

Io e il mi' babbo siamo addetti al... pollo hehehehe

La miglior morte per un pollo...

...e quella per le salsicce di maiale...

Si avvicina Hallowen e allora.....

L'unico VERO motivo per partecipare alla Vendemmia....

Spolveriamo tutto (ma proprio tutto!!!)

Dopo il pranzo...... c'è chi stramazza!!!

E chi è addetto alla pulizia delle griglie...

E si !!! Anche loro vanno matti per le fettuccine

L'uomo ragno sui kiwi...

E il micio che vigila sulle fragole appena piantate

03 ottobre 2006

INTERMEZZO

Mi sto affezionando, mi sto facendo "prendere" da questo blog, che è un po' come un libro di cui scrivo ogni tanto un capitolo. Un libro che parla di me, delle cose che amo fare, vedere, annusare, gustare, creare, vivere. Un libro in cui raccogliere e conservare i miei ricordi e le cose che ho amato e che mi sono rimaste nell'anima e nel cuore. Le cose, i luoghi, i profumi ed i sapori che voglio condividere con i miei amici, vecchi e nuovi.
E' come un mare in cui lanciare una bottiglia con un messaggio che dice: "Io sono così, questo mi piace!...". Infatti difficilmente parlerò di cose che non mi piacciono, di avvenimenti negativi o di cronaca: sarebbe forse il giusto spazio per farlo ma voglio che questa sia un'isola felice e qui voglio ricordare solo i momenti migliori e le esperienze più belle. Sarà semplicemente un diario che dice: "Questo è Jacopo".

29 settembre 2006

DUE SCENE STORICHE... ESILARANTI... MITICHE... DI PIU' !!!

Come posso esimermi dal bloggare le due scene forse più divertenti della cinematografia italiana? La famosissima lettera di Toto’ e Peppino nel film di Camillo Mastrocinque "Totò Peppino e la Malafemmena”

La celeberrima scena della lettera

“I fratelli Caponi… che siamo noi”

Totò, Peppino e la soubrette Dorian Gray la "malafemmena"
e la scena del “Maccarone” di Alberto Sordi “Nando Mericoni” (e NON, come tutti scrivono, Moriconi) nel Film di Steno Un Americano a Roma.
E allora, però solo dopo aver ricordato anche la scena con il "ghisa" milanese… pòsto:

"Nojo, nojo... volevan... volevont... savuàr... l'indirìs.... JA?!!"

LA LETTERA DI TOTO' E PEPPINO ALLA MALAFEMMENA


TOTO' (apprestandosi a dettare a Peppino, pollice all'occhiello della giacca): "Giovanotto! Carta, calamaio e penna! Su, avanti, scriviamo…"
PEPPINO (si siede allo scrittoio, prende un foglio e si toglie il cappello pronto a scrivere)
TOTO' (si mette in posa, pronto a dettare): "Dunque? Hai scritto?"
PEPPINO: "Un momento, no?"
TOTO': "E comincia, su!"
PEPPINO (fra se e se, cercando di far mente locale): "Carta, calamaio e penna…" (estrae un foglio dallo scrittoio).
TOTO': "Oooh… Oooh..." (inizia a dettare) "SIGNORINA!"
PEPPINO (intinge la penna nel calamaio ed aspetta)
TOTO': "Signorina!… Signorina…"
PEPPINO (si volta verso la porta): "Dove sta?"
TOTO' (a Peppino): "Chi?"
PEPPINO (a Totò): "La signorina!"
TOTO': "Quale signorina?"
PEPPINO: "Hai detto: "signorina!""
TOTO': "E' entrata una signorina?"
PEPPINO (voltandosi nuovamente verso la porta): "E che… AVANTI!"
TOTO' (a Peppino) "ANIMALE!… Signorina,… è l'intestazione autonoma, della lettera!" "Oooh… (riprende a dettare)… Signorina!…"
PEPPINO (straccia il foglio e ne prende un altro)
TOTO': "Come, non era buona quella signorina lì?"
PEPPINO (riprende posizione, pronto a ricominciare)
TOTO': "Signorina!… Veniamo… noi…, con questa mia a dirvi…"
PEPPINO (scrivendo - fra se)" … a dirvi…"
TOTO' (a Peppino): "addirvi… una parola: ADDIRVI!"
PEPPINO (continuando a scrivere) "…addirvi una parola…"
TOTO': "…CHE!…"
PEPPINO: "…che…"
TOTO': "…che?…"
PEPPINO: "…che?…"
TOTO': "…che?…"
PEPPINO (interrompendosi, rivolto a Totò): "Uno? Quanti?"
TOTO' (a Peppino): "Che?"
PEPPINO: "UNO "che"?"
TOTO': "Uno "che"? CHE!!"
PEPPINO (riprende a scrivere) "…che…"
TOTO': "…scusate se sono poche…"
PEPPINO: (fra se) "…che…"
TOTO': "…che…scusate se sono poche,… ma settecento MIILA lire… PUNTO E VIRGOLA…noi…noi, ci fanno specie, che quest'anno…" (a Peppino): " una parola: "questanno"… (riprendendo a dettare) "…c'è stato una grande morìa delle vacche,… come voi ben sapete!… PUNTO!"
PEPPINO (fra se): "Punto!"
TOTO' (a Peppino): "DUE punti!… Ma si, fa' vedere che abbondiamo!… ABBONDANDIS IN ABBONDANDUM!" (riprende a dettare) "Questa moneta servono… questa moneta servono… questa moneta servono, a che voi vi consolate…" (a Peppino): "Oh! Scrivi, presto!"
PEPPINO (fra se) "…con l'insala…"
TOTO': "…che voi vi consolate…"
PEPPINO (a Totò): "Ah! "vi consolate!", avevo capito "con l'insalata"".
TOTO' (scaldandosi) "…voi vi consolate"… Non mi far perdere il filo, ce l'ho tutta qui!…" (si indica la fronte).
PEPPINO (fra se): "…avevo capito "con l'insalata"…"
TOTO': "…dai dispiacere… dai dispiacere… che AVRETA… che avreta…che… A-VRE-TA" (resta un attimo perplesso a pensare) "Eh, già! È femmina, femminile!" (riprende a dettare)"Che avreta, perché…"
PEPPINO (fra se): "…perché…"
TOTO': "Perché?"
PEPPINO (guardandolo con aria interrogativa) "Non so!"
TOTO' (a Peppino): "Perché "non so"?"
PEPPINO (a Totò): "Perché che cosa?"
TOTO': "Perché-che?"
PEPPINO: "Perché?"
TOTO': "PERCHE'!!"
PEPPINO (indicando il foglio): "Ah! "Perché", QUA…!"
TOTO' (riprende a dettare): "…dispiacere che avreta, perché: (a Peppino) è AGGETTIVO QUALIFICATIVO, no?"
PEPPINO (riprende a scrivere, non molto convinto): "Io scrivo!"
TOTO': "…perché dovrete lasciare… nostro nipote…, che gli zii, che siamo noi medesimo di persona,…"
PEPPINO (tira fuori un fazzoletto e si asciuga il sudore dalla fronte)
TOTO' (a Peppino): "Ma che stai facendo… 'na faticata?… S'asciuga il sudore!" (riprende a dettare) "…che siamo noi medesimo di persona,… vi mandano questo!" (prende in mano il pacchetto con i soldi).
PEPPINO (fra se): "…questo…"
TOTO': "…perché il giovanotto… è studente che studia!… che si deve prendere una Laura…"
PEPPINO (fra se): "…Laura…"
TOTO': "…Laura, …Che deve tenere la testa al solito posto, cioè…"
PEPPINO (fra se) : "…cioè…"
TOTO': "…SUL COLLO! PUNTO, PUNTO E VIRGOLA,…PUNTO, E UN PUNTO E VIRGOLA!…"
PEPPINO: "Troppa roba!"
TOTO' (a Peppino): "E lascia fare! Che dica che noi siamo provinciali, che siamo tirati!"
PEPPINO (a Totò): "Ma è troppo!…"
TOTO' (riprendendo a dettare): "…SALUTANDOVI INDISTINTAMENTE… salutandovi indistintamente…" (mettendo le mani addosso a Peppino) "Sbrigati!"
(riprende a dettare) "Salutandovi indistintamente,… I FRATELLI CAPONI,… CHE SIAMO NOI!" (a Peppino) "Questa… Apri una PARENTE. …apri una parente e dici: "che siamo noi!… I fratelli Caponi!"
PEPPINO (fra se) "…CAFONI…"
TOTO' (a Peppino): "Hai aperto una parente?… Chiudila!"
PEPPINO (riprende la penna, esausto): "Ecco fatto!"
TOTO' (a Peppino): "Vuoi aggiungere qualcosa?"
PEPPINO: "Mah?! "senza nulla a pretendere" non c'è più?"
TOTO': "No, basta "in data odierna". Si capisce… Avanti! Svelto, dai… Chiudi!… Andiamo! Presto!… Andiamo!"


MACCARONE: TU ME PROVOCHI E IO TE DISTRUGGO!!
Albertone e Maria Pia Casilio
(Entrando in cucina, Nando Mericoni, urta un’insalatiera sul lavandino) “Cunculina m’hai teso l’agguato! Ma io ti distruggo sai!? Io vi distruggo a tutti!
(Parlando tra se e se, ripetendo una frase sentita nel film western americano visto poco prima al cinema) ”Jim chiama Joe!
(Avvicinandosi alla tavola lasciatagli apparecchiata dalla madre, con un piatto di spaghetti ormai freddi) “What this the name?..:”
(Togliendo la scodella che copre il piatto e scoprendo gli spaghetti) “Hiiiiiii! (con disgusto ed insofferenza) “MACCARONE! Maccarone: questa è robba da carettieri! Io nun magno maccaroni: IO SONO AMERECANO SONO!
(Si siede a tavola con lo schienale della sedia al contrario, cioè tra lui ed il tavolo) “Vino rosso: io non bevo vino rosso, lo sapete che sono Amerecano io! Gli Amerecani non bevono vino rosso... non magnano maccarone: magnano MARMELATTA…” (Prende una fetta di pane e comincia a spalmarla) “Marmelàta! QUESTA E’ ROBBA D’AMERECANI!… YOGURT… MOSTARDA. Ah!… ecco perché gli Amerecani vincono gl’Apache! Gl’Amerecani non bevono vino rosso: bevono latte! Apposta nun s’embriacano! L’avete visto mai ‘n’Amerecano ‘mbriaco voi? Io nun l’ho visto mai ‘n’Amerecano ‘mbriaco! Gl’Amerecani sono forti!” (fa una mossa con le mani, simulando degli artigli, seguita da un verso animalesco) “Shhhhh!!! ‘MMAZZA L’AMERECANI AHO!! Nun pòi mica combatte contro l’Amerecani. Gli Amerecani magnano marmelàtta” (Si volta verso il piatto di pasta con disprezzo) “Maccarone: mannaggia a tte!! TI DISTRUGGO SAI!… PERCHE’ MI GUARDI CON QUELLA FACCIA INTREPIDA?! Mi sembri un verme, maccarone!” (Riferendosi alla fetta di pane spalmata) “Questa è robba d’Amerecani, vedi!?! Yogurt, mostarda… la mostarda!… “What-the-she-nèlla la mostarda!?"” (Frase incomprensibile in inglese “maccheronico”) (Prende la bottiglia del latte) “Er LATTE!… questa è la robba che se magnano l’Amerecani: robba sana, sostanziosa!” (Versa un goccio di latte sulla fetta di pane, spalmata di mostarda, marmellata e yogurt, e la addenta)
(Masticando e rivolto con disprezzo verso il piatto davanti a se) “Maccarone!
(Sputa schifato il disgustoso boccone di pane) “’MMAZZA CHE ZOZZERIA!!… (riflessione ironica) GLI AMERICANI AHO!!
(Rivolto verso il piatto di pasta, in tono di sfida e facendo una forchettata con quasi tutta la pasta che è nel piatto) “MACCARONE: M’HAI PROVOCATO E IO TI DISTRUGGO ADESSO: IO ME TE MAGNO!! AHMMM!!!


La "distruzione" del Maccarone
(Dopo qualche secondo inizia a togliere il latte, lo yogurt e la mostarda dalla tavola, mettendoli a terra) “QUESTO LO DAMO AR GATTO!… QUESTO AR SORCIO!… QUESTA AMMAZZAMO ‘A CIMICIA… E IO BEVO ER LATTE!” (attaccandosi al boccione di vino rosso). (Tra se) “SO’ AMERECANO IO!!!
(Rivolto al “maccarone”, preparando un’altra forchettata gigantesca) “VERME!… io me te magno!!!

28 settembre 2006

UN ANGOLO SURREALE DI ROMA: IL QUARTIERE COPPEDE'

Adesso vi parlo di un angolo di Roma di cui il 99,99% dei Romani ignora l’esistenza: il Quartiere Coppedè. Questo “quartiere”, che in realtà non è altro che un complesso di 26 palazzine e di 17 villini, sorge tra la Salaria e la Nomentana, praticamente inglobato nel quartiere Trieste. La progettazione, e la parziale realizzazione, di queste palazzine si deve a Gino Coppedè, un architetto/scultore fiorentino che fu chiamato a Roma nel 1913 proprio per la realizzazione di questo complesso (che fu terminato poco dopo la sua prematura morte, avvenuta nel 1926). La particolarità che rende degno di nota questo insieme di edifici consiste nel fatto che tutte le palazzine, che partono a raggiera dalla centrale Piazza Mincio (dov’è la curiosa Fontana delle Rane)

non hanno uno “stile architettonico proprio" ma sono un misto di Liberty, Decò, Barocco, con richiami medievali e classici. I villini sono infatti circondati da una folta ed alta vegetazione mentre nelle facciate degli edifici si incontrato motivi classici greci, mitologici, ponti e reggifiaccole medievali in ferro battuto,

vetrate in stile Liberty ed edicole sacre con tanto di Madonna con il bambinello. In particolare i villini, generalmente di 2 o 3 piani e strutturati in archi e torrette, sono circondati da giardinetti verdi con alti alberi e, come fossero dei piccoli castelli, da pesanti cancellate di confine mentre le palazzine, in genere, danno direttamente sulle strade lungo tutto il loro perimetro e sono caratterizzate da loggette, balconcini e da pitture sulle facciate.

Un’altra particolarità del quartiere è che vi si “accede” attraverso un arco di ingresso che unisce due palazzi: la volta interna dell’arco è ornata da un grande… lampadario in ferro battuto!


Il miscuglio di stili che caratterizzano il complesso di edifici dette vita ad uno stile vero e proprio: l’Eclettismo, proprio per il fatto di essere avulso da ogni contesto storico essendo mescolati in esso lo stile tetro del gotico, quello ispirato alla natura del Liberty, quello classico di ispirazione greca, quello medievale delle torrette e delle cancellate, quello Barocco delle decorazioni a stucchi, mascheroni e pitture delle facciate. Questo stile, a se stante, nacque e morì con Gino Coppedè. Caratteristici sono anche i nomi dati agli edifici: Palazzina del Ragno (caratterizzata da un grosso mascherone sul portone d’entrata), il Villino delle Fate (caratterizzato da loggette con colonne e pitture sulle facciate),

l’Ambasciata Russa (con fregi che si rifanno a quelli dell’antica Grecia ma con il tetto sorretto da grossi animali in stile medievale). Il Quartiere Coppedè, proprio per la sua stravaganza e particolarità, e stato più volte set di film cinematografici.